Innamorarsi

Stamattina, a lezione di scienze. Una coppia di studenti – ragazzo e ragazza, 14 anni, lui innamorato di lei – presentano la loro ricerca sul sistema solare. Aggiungo una digressione su come una stella “invecchia”, spiegando che il Sole, quando starà per morire, diventerà sempre più grande, inghiottendo i pianeti, partendo dai più vicini. Qualcuno commenta: “Speriamo di non esserci, allora!” E io: “Non preoccupatevi, ci vogliono 5 miliardi di anni, e per allora saremo di sicuro tutti morti e polverizzati”. E il ragazzo grida: “No! Come fa una ragazza così carina a morire?”

Lì per lì replico, come faccio sempre in questi casi, che prima o poi moriremo tutti. Scontato, in effetti. Ma più tardi, a casa, ci ripenso. E mi accorgo che il mio romantico alunno brufoloso ha detto una grande verità. Com’è possibile che la sua ragazza, così bella e delicata, possa morire? Il cuore di lui sa che questo è assurdo.

Le parole di Cesare Pavese sul piacere si possono applicare alla relazione amorosa: “… quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito”.

Un io e un tu limitati si suscitano reciprocamente un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal proprio amore verso un desiderio infinito. In questa esperienza ad entrambi si svela la propria vocazione.

Per questo i poeti hanno visto nella bellezza della donna un “raggio divino”, ossia un segno che rimanda più oltre, a un’altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto al suo limite naturale. La sua bellezza grida di fronte a noi “non sono io, io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?”. Con queste parole il genio di C.S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, di cui la relazione fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente.

(…) Come diceva Rilke “questo e il paradosso nell’amore tra l’uomo e la donna: due infiniti trovano due limiti. Due infinitamente bisognosi di essere amati trovano due fragili e limitate capacità di amare. Solo nell’orizzonte di un amore più grande non si divorano nella pretesa, né si rassegnano, ma camminano insieme verso la pienezza di cui l’altro è segno”.

In questo contesto si può comprendere l’inaudita proposta di Gesù perché l’esperienza più bella della vita, l’innamorarsi, non decada sino a trasformarsi in una pretesa soffocante.

“Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,37-39)

Con queste parole Gesù rivela la portata della speranza che la sua persona costituisce per coloro che Lo lasciano entrare nella propria vita. Non si tratta di una ingerenza nei rapporti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo ha potuto ricevere: se non si ama Cristo – la bellezza fatta carne – più della persona amata, questo rapporto appassisce. E’ Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale i due reciprocamente si rinviano e nella quale il loro rapporto si realizza pienamente. Solo permettendogli di entrare in essa, è possibile che la relazione più bella che accade nella vita non decada e con il tempo muoia. Noi sappiamo bene che tutto l’impeto con quale uno si innamora non basta a impedire che l’amore, con il tempo, si corrompa. Questa è l’audacia della sua pretesa.

Appare quindi in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno. Solo nell’ambito di questa relazione più grande è possibile non divorarsi, perché ciascuno trova in essa il suo compimento umano, sorprendendo in se stesso una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di una gratuità senza limiti, di un perdono sempre rinnovato.

foto Dom Pedro, http://www.olhares.com

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wife, mother of three, science teacher
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Una risposta a Innamorarsi

  1. Orsobruno ha detto:

    A queste parole molto belle e significative mi piace accostare questo brano tratto dal De Trinitate di Sant’Agostino:”Tu non ami certamente che il bene, perchè buona è la terra con le alte montagne, le modulate colline, le piane campagne; buono il podère ameno e fertile, buona è la casa ampia e luminosa, dalle stanze disposte con proporzioni armoniose; buoni i corpi animali dotati di vita; buona l’aria temperata e salùbre; buono il cibo saporito e sano; buona la salute senza sofferenze né fatiche; buono il viso dell’uomo, armonioso, illuminato da un soave sorriso e vivi colori; buona l’anima dell’amico per la dolcezza di condividere gli stessi sentimenti e la fedeltà dell’amicizia; buono l’uomo giusto e buone le ricchezze, che ci aiutano a trarci d’impaccio; buono il cielo con il sole, la luna e le stelle; buoni gli angeli per la loro santa obbedienza; buona la parola che istruisce in modo piacevole e impressiona in modo conveniente chi l’ascolta; buono il poema armonioso per il suo ritmo, e maestoso per le sue sentenze.Che altro aggiungere? Perchè proseguire ancora nell’enumerazione? Questo è buono, quello è buono. Sopprimi il questo e il quello e contempla il bene stesso, se puoi; allora vedrai Dio, che non riceve la Sua bontà da un altro bene, ma è il Bene di ogni bene.”

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