Educare nella libertà

di J.M. Barrio – 24 febbraio 2011

Quando siamo oggetto di fiducia ci sentiamo incoraggiati ad agire;
è paralizzante, invece, accorgersi che non godiamo della fiducia degli altri. Ecco perché è molto utile aiutare i figli
ad amministrare bene la propria libertà

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Dio ha voluto crearci come esseri liberi, accettandone le conseguenze. Come un buon padre, ci ha dato la falsariga – la legge morale –, che ci permette di utilizzare correttamente la libertà, in modo che essa torni a vantaggio del nostro bene personale. Inoltre, ha voluto correre il rischio della nostra libertà [1].

In un certo senso si può dire che l’Onnipotente ha accettato di sottoporre i propri disegni all’approvazione dell’uomo e che accetta la nostra libertà, la nostra imperfezione, le nostre miserie [2], perché preferisce il nostro amore liberamente donato alla schiavitù di una marionetta; preferisce l’apparente insuccesso dei suoi progetti piuttosto che mettere condizioni alla nostra risposta.

San Josemaría cita in Cammino un “detto” attribuito a santa Teresa: «Teresa, io volevo…, ma gli uomini non hanno voluto»[3]. Il sacrificio di Cristo sulla Croce dimostra nel modo più eloquente fino a qual punto Dio è disposto a rispettare la libertà dell’uomo; e se Egli arriva a questi estremi – dovrebbe pensare un padre cristiano -, chi sono io per non farlo?

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Amare i figli significa amare la loro libertà. Però questo presuppone anche correre un rischio, quello causato dalla libertà dei figli. Unicamente così la loro crescita sarà propriamente loro: una operazione vitale, immanente, e non un automatismo o un riflesso condizionato dalla coercizione o dalla manipolazione.

La pianta non cresce perché il giardiniere si impegna ad allungarla, ma perché assimila ciò che la alimenta; nello stesso modo, l’essere umano fa progressi in umanità nella misura in cui fa proprio liberamente il modello che ha inizialmente ricevuto. I genitori che amano davvero i loro figli e cercano sinceramente il loro bene, dopo aver offerto i loro consigli e le loro riflessioni, devono farsi da parte delicatamente, in modo che nulla si opponga alla libertà, a questo grande bene che rende l’uomo capace di amare e di servire Dio. Devono tener presente che Dio stesso ha voluto essere amato e servito in libertà, e rispetta sempre le nostre decisioni personali [4].

Una libertà amata e ri-amata

Amare la libertà dei figli è dunque cosa del tutto diversa dall’avere una spensierata indifferenza circa il modo in cui la utilizzano. La paternità prolunga nell’educazione ciò che ha avuto inizio nella generazione. Pertanto, amare la libertà dei figli vuol dire anche saperla riamare.

Come fa Dio con l’uomo, con delicatezza e con fermezza, i genitori devono saper invitare i figli a fare uso delle proprie capacità in modo tale da crescere come persone perbene. Una buona occasione si presenta quando chiedono il consenso per determinati progetti; allora può essere opportuno rispondere che spetta a loro prendere la decisione, dopo aver ponderato tutte le circostanze. Li si incoraggia a valutare se davvero per loro sia conveniente ciò che progettano, aiutandoli a distinguere una necessità da un capriccio, affinché comprendano, per esempio, quanto sia ingiusto sprecare ciò che altri non si possono permettere…

Non è logico esigere il rispetto della libertà umana se prima non si decide di rispettarne le conseguenze, di farle proprie. Un autentico rispetto per la libertà deve incoraggiare l’impegno intellettuale e le esigenze morali, che aiutano la persona a vincersi, a lottare con efficacia. Questa è la modalità di ogni crescita umana. Per esempio, i genitori devono esigere dai loro figli, a seconda della loro età, il rispetto di certi limiti. Qualche volta può essere necessario il castigo, applicandolo con prudenza e moderazione, chiarendone i motivi e, naturalmente, evitando la violenza.

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Dare fiducia e incoraggiare, con pazienza, dà i risultati migliori. Anche nel caso estremo in cui il figlio prende una decisione che i genitori ritengono a ragione errata e prevedibile fonte di infelicità, nemmeno allora la soluzione sta nella violenza, ma nel comprendere e – più di una volta – nel saper rimanere al suo fianco per aiutarlo a superare le difficoltà e trarre eventualmente da quel male tutto il bene possibile [5].

Il lavoro di formazione consiste sempre nel fare in modo che le persone amino; in sostanza, nel fornire gli strumenti intellettuali e morali affinché ognuno sia capace di fare il bene per convincimento personale.

Saper correggere

Rispettare la persona e la sua libertà non significa dare per valido tutto ciò che una persona pensa o fa. I genitori devono dialogare con i figli circa ciò che è buono e ciò che è meglio, e in alcuni casi, inevitabilmente, dovranno avere il coraggio di correggere con la dovuta energia. Poiché non solo rispettano i figli, ma li amano, non possono tollerare certi comportamenti.

Una condotta corretta suole essere il risultato di molte correzioni, che saranno più efficaci se vengono impartite con senso positivo, mettendo in rilievo soprattutto quanto, in futuro, è migliorabile.
L’amore è ciò che di meno tollerante, permissivo o condiscendente troviamo nelle relazioni umane: infatti, sebbene sia possibile amare una persona con i suoi difetti, non la si ama per i suoi difetti. L’amore desidera il bene della persona, che essa dia il meglio di sé, che raggiunga la felicità; perciò chi ama chiede che l’altro lotti contro i propri difetti e desidera ardentemente aiutarlo a correggerli.

Sono sempre più numerosi gli elementi positivi di una persona – almeno potenzialmente – che non i suoi difetti, e queste buone qualità la rendono amabile; però non si amano le qualità positive ma le persone che le possiedono, e che le possiedono insieme ad altre caratteristiche che magari non sono altrettanto positive. Una condotta corretta suole essere il risultato di molte correzioni, che saranno più efficaci se vengono impartite con senso positivo, mettendo in rilievo soprattutto quanto, in futuro, è migliorabile.

Alla luce di quel che abbiamo detto, si capisce che ogni tipo di educazione si deve basare sulla libertà delle persone. Proprio in questo consiste la diversità tra educare e ammaestrare o istruire. “Educare nella libertà” è un pleonasmo: sarà sufficiente dire “educare”, senza aggiunte.

Il valore educativo della fiducia

L’espressione “educare nella libertà” permette di insistere sulla necessità che la formazione avvenga in un clima di fiducia. È evidente che le aspettative degli altri in relazione al nostro comportamento funzionano come motivi morali delle nostre azioni.

Quando siamo oggetto di fiducia ci sentiamo incoraggiati ad agire; è paralizzante, invece, accorgersi che non godiamo della fiducia degli altri. Questo appare evidente nel caso delle persone più giovani o degli adolescenti, che sono nella fase di dover modellare il carattere e danno molto valore al giudizio altrui.

Avere fiducia significa avere fede, dare credito a qualcuno, considerarlo capace di verità: di manifestarla o di conservarla, a seconda dei casi, ma anche di viverla. La fiducia che si concede all’altro suole provocare un duplice effetto: un sentimento di gratitudine, perché si è coscienti di poter trarre beneficio da un dono; inoltre, la fiducia favorisce il senso di responsabilità.

Chi mi chiede qualcosa di importante spera che io gliela dia, perché ha fiducia che io possa farlo: ha di me un alto concetto. Se questa persona si fida di me, io mi sento spinto a soddisfare le sue aspettative e a rispondere dei miei atti. Confidare in qualcuno è un modo molto profondo di affidargli qualcosa.

Gran parte di ciò che possono fare gli educatori dipende da quante buone disposizioni essi hanno saputo suscitare nelle persone. Dunque, i genitori devono guadagnarsi la fiducia dei loro figli, concedendogliela loro per primi. Nel caso di figli molto piccoli conviene stimolare l’uso della libertà; per esempio, i genitori devono chiedere alcune cose e spiegare loro che cosa è bene e che cosa è male.

Ma questo non avrebbe molto significato se mancasse la fiducia, quel reciproco sentimento che aiuta la persona ad aprire la propria intimità; altrimenti diventa difficile proporre mete e iniziative che contribuiscano alla crescita personale.

La fiducia si dà, si ottiene, si genera; non si può imporre, né esigere. Uno diventa degno di fiducia con il proprio esempio di integrità, dando per primo quello che chiede agli altri. Così acquisterà l’autorità morale necessaria per chiedere; allora si capisce che educare nella libertà rende possibile educare la libertà.

Educare la libertà

L’educazione si può intendere sicuramente come una capacità della libertà a percepire il richiamo di ciò che ha valore – di ciò che arricchisce e invita alla crescita – e ad affrontare le relative esigenze pratiche. Questo si ottiene proponendo certi usi della libertà, proponendo attività piene di significato.

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Ogni età della vita ha i suoi aspetti positivi. Uno dei più nobili che ha la gioventù è la facilità di confidare e rispondere positivamente a una esigenza amabile. In un tempo relativamente breve è possibile notare cambiamenti notevoli in giovani ai quali sono stati affidati incarichi che erano in grado di assumere e che essi stessi ritenevano importanti: aiutare una persona, collaborare con i genitori in qualche compito educativo…

In caso contrario, questa nobiltà si rivolta, in forma pervertita e spesso violenta, contro coloro che consentono ai figli di soddisfare tutti i loro capricci. A prima vista tale atteggiamento è più comodo, ma a lungo andare i costi sono molto più pesanti e impedisce ai figli di maturare, perché non li prepara alla vita.

Chi si abitua fin da piccolo a pensare che tutto si risolva automaticamente, senza nessuno sforzo o sacrificio, probabilmente non maturerà a tempo debito. Se poi la vita dovesse colpire – cosa che inevitabilmente avverrà -, forse non vi sarà più rimedio. L’uomo deve modellare il proprio carattere, imparare ad aspettare i risultati di un impegno lungo e continuo, evitando la fretta di voler risolvere tutto subito.

Certamente l’ambiente edonista e consumista che oggi molte famiglie respirano nel cosiddetto mondo occidentale – ma anche ormai nei Paesi meno sviluppati – non aiuta a cogliere il valore della virtù o l’importanza di ritardare una soddisfazione per ottenere un bene maggiore.

Però, preso atto di questa circostanza avversa, il buon senso mette in evidenza l’importanza dell’impegno: per esempio, ai nostri giorni ha un particolare valore il riferimento alla cultura sportiva, nella quale si sa che chi desidera guadagnare una medaglia dev’essere disposto a sottoporsi ad allenamenti prolungati ed ardui.

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In genere la persona capace di orientarsi liberamente verso beni che davvero “valgono la pena” dev’essere preparata ad affrontare attività di grande importanza (aggredi) e a resistere con tenacia nell’impegno quando arriva lo scoraggiamento e appaiono le difficoltà (sustinere). Queste due parole latine, che sono dimensioni della fortezza, forniscono l’energia morale per non accontentarci dei livelli raggiunti e per continuare a crescere e arrivare a essere migliori. Oggi è particolarmente importante dimostrare con i fatti che una persona che dispone di tale energia morale è più libera di chi non ne dispone.

Siamo tutti chiamati a conseguire quella libertà morale, che si può ottenere soltanto con un uso moralmente buono del libero arbitrio. Costituisce una sfida per gli educatori, e in particolare per i genitori, dimostrare in modo convincente che l’uso autenticamente umano della libertà non consiste tanto nel fare ciò che ci fa piacere, quanto nel fare il bene perché ci va di farlo e questo, come era solito dire san Josemaría, è il motivo più soprannaturale [6].

È questa la via per liberarsi dell’ambiente asfissiante del sospetto e della coercizione morale, che impedisce di cercare pacificamente la verità e il bene, e aderirvi di tutto cuore. Non esiste cecità maggiore di quella di chi si lascia guidare dalle passioni, dalle “voglie” (o dalla loro mancanza). Chi può aspirare soltanto a ciò che brama è meno libero di chi può perseguire, non solo in teoria ma con opere, un bene arduo.

Non c’è disgrazia maggiore di quella di chi, aspirando a un bene, scopre di non avere le forze per conseguirlo. Infatti la libertà acquista il suo autentico significato quando viene esercitata al servizio della verità che redime, quando è spesa alla ricerca dell’Amore infinito di Dio, che ci scioglie da ogni schiavitù [7].

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[1] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 113.

[2] Ibid.

[3] Cfr. san Josemaría, Cammino, n. 761.

[4] San Josemaría, Colloqui con Mons. Escrivá, n. 104.

[5] Ibid.

[6] Cfr. san Josemaría, È Gesù che passa, n. 17.

[7] San Josemaría, Amici di Dio, n. 27.

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