Il diritto dei genitori di educare i propri figli

di J.A. Araña e C.J. Errázuriz. Da qui e qui (adattato).

Pur potendo avvalersi di altri collaboratori, i genitori sono sempre i primi responsabili dell’educazione dei propri figli.

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Nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo attualmente in vigore, l’articolo 26 mette in evidenza il diritto dei genitori di scegliere l’educazione che preferiscono per i propri figli[1], ed è molto significativo il fatto che i firmatari abbiano incluso questo principio tra quelli fondamentali che uno Stato non può negare o manipolare.

Fa parte della natura umana che l’uomo sia un essere intrinsecamente sociale e dipendente, con una dipendenza ancora più evidente negli anni dell’infanzia; fa parte dell’essere umano che tutti debbano ricevere un’educazione, crescere in una società, acquisire una cultura e una serie di conoscenze.

Opus Dei - Foto: justinwdavis.

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Una manifestazione dell’amore di Dio

Questa realtà è compresa nella etimologia della parola “educazione”. Il termine educare significava all’origine l’azione e l’effetto di alimentare o nutrire la prole. Un’alimentazione che, evidentemente, non si deve limitare al piano materiale, ma comprende anche la sollecitudine per le facoltà spirituali dei figli: intellettuali e morali, fra cui le virtù e le norme di urbanità.

Figlio e genitore sono, rispettivamente, l’educando e l’educatore per natura, e ogni altro tipo di educazione lo è soltanto in un senso analogo: l’educazione riguarda la persona in quanto figlio o figlia, vale a dire, in quanto dipendente dai genitori.

Per questo il diritto all’educazione si fonda nella natura umana e affonda le sue radici in quelle realtà che sono simili a tutte le persone e, in fin dei conti, sono il fondamento della società stessa. Per questo i diritti a educare e a essere educati non dipendono dal fatto che siano elencati in una norma positiva, né sono una concessione della società o dello Stato: sono diritti primari, nel senso più profondo che si può dare al termine.

Così il diritto dei genitori di educare i figli è in funzione del diritto che i figli hanno di ricevere un’educazione adeguata alla loro dignità umana e alle loro necessità: è quest’ultimo che costituisce la base del primo. Gli attentati a questo diritto dei genitori costituiscono, in sostanza, un attentato al diritto del figlio, che per giustizia deve essere riconosciuto e sostenuto dalla società.

Tuttavia, che il diritto del figlio ad essere educato sia basilare, non significa che i genitori possano rinunciare a essere educatori, magari con il pretesto che altre persone o istituzioni potrebbero educarlo meglio. Il figlio è anzitutto figlio; per la sua crescita e maturazione è della massima importanza che sia accolto come tale in seno alla famiglia.

È la famiglia il luogo naturale nel quale i rapporti di amore, di servizio e di donazione reciproca che configurano la parte più intima della persona si scoprono, si apprezzano e si apprendono. Ecco perchè, salvo i casi di impossibilità, ogni persona dovrebbe essere educata dai propri genitori in seno alla famiglia, sia pure con la collaborazione – nei loro diversi ruoli – di altre persone: fratelli, nonni, zii…

Alla luce della fede, la generazione e l’educazione acquistano una dimensione nuova: il figlio è chiamato all’unione con Dio e appare agli occhi dei genitori un dono, che è, contemporaneamente, una manifestazione dell’amore coniugale.

Us in the mirror by Krambambuly

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Quando nasce un nuovo figlio, i genitori ricevono una nuova chiamata divina: il Signore si aspetta che essi lo educhino nella libertà e nell’amore e lo portino un po’ alla volta verso di Lui; si aspetta che il figlio trovi, nell’amore e nella cura che riceve dai genitori, un riflesso dell’amore e della cura che Dio stesso gli dedica. È proprio per questo che, per un padre cristiano, il diritto e il dovere di educare un figlio è irrinunciabile per motivi che vanno al di là di un certo senso di responsabilità: è irrinunciabile anche perché fa parte della sua risposta alla chiamata divina ricevuta nel battesimo.

Ebbene, se l’educazione è un’attività paterna e materna originaria, qualunque altro agente educativo lo è per delega dei genitori e a loro subordinato. «I genitori sono i primi e principali educatori dei propri figli ed hanno anche in questo campo una fondamentale competenza: sono educatori perché genitori. Essi condividono la loro missione educativa con altre persone e istituzioni, come la Chiesa e lo Stato; ciò tuttavia deve sempre avvenire nella corretta applicazione del principio di sussidiarietà» [2].

Opus Dei - Foto: ndj5.

Logicamente, è legittimo che i genitori cerchino aiuti per educare i propri figli: l’acquisizione di competenze culturali e tecniche, i rapporti con persone al di fuori dell’ambito familiare, ecc., sono elementi necessari per una corretta crescita della persona, che i genitori da soli non potrebbero soddisfare adeguatamente. Ne consegue che «ogni altro partecipante al processo educativo non può che operare a nome dei genitori, con il loro consenso e, in una certa misura, persino su loro incarico»[3]: tali aiuti sono cercati dai genitori, che non perdono mai di vista ciò che si aspettano da costoro e stanno attenti a che rispondano alle loro intenzioni e aspettative.

I genitori e le scuole

La scuola dev’essere considerata in questo contesto: come una istituzione destinata a collaborare con i genitori nel loro lavoro educativo. Prendere coscienza di questa realtà appare più urgente se consideriamo che attualmente sono numerosi i motivi che possono indurre i genitori – a volte senza esserne interamente consapevoli – a non comprendere l’ampiezza del meraviglioso lavoro di loro competenza, rinunciando in pratica al ruolo di educatori integrali.

L’emergenza educativa, tante volte evidenziata da Benedetto XVI, affonda le radici in questo disorientamento: «L’educazione tende ampiamente a ridursi alla trasmissione di determinate abilità, o capacità di fare, mentre si cerca di appagare il desiderio di felicità delle nuove generazioni colmandole di oggetti di consumo e di gratificazioni effimere»[4]; in tal modo i giovani «si sentono alla fine lasciati soli davanti alle grandi domande che nascono inevitabilmente dentro di loro»[5], alla mercé di una società e una cultura che ha fatto del relativismo il proprio credo.

Alle prese con queste possibili difficoltà, e come conseguenza del loro diritto naturale, i genitori devono rendersi conto che la scuola è, in certo qual modo, un prolungamento della loro famiglia: uno strumento del loro compito personale di genitori e non soltanto un luogo dove viene fornita ai figli una serie di conoscenze.

London Student Protests by Ren's Photography

London Student Protests, a photo by Ren's Photography on Flickr.

Come primo requisito, lo Stato deve salvaguardare la libertà delle famiglie, in modo che possano scegliere a ragion veduta la scuola o i centri d’insegnamento da essi giudicati più convenienti per l’educazione dei propri figli. Non c’è dubbio che nel suo ruolo di tutela del bene comune lo Stato può vantare alcuni diritti e alcuni doveri nell’educazione, ma su questo punto ritorneremo in un prossimo articolo. In ogni caso, tale intervento non può scontrarsi con la legittima pretesa dei genitori di educare i propri figli in armonia con i beni che essi stessi sostengono e praticano, e che ritengono capaci di arricchire la loro discendenza.

Come insegna il Concilio Vaticano II, il potere pubblico – sia pure solo per una questione di giustizia distributiva – deve offrire i mezzi e le condizioni favorevoli perché i genitori possano «scegliere le scuole per i propri figli in piena libertà, secondo la loro coscienza»[6]. Per questo è così importante che coloro che lavorano nell’ambito politico o in un altro campo collegato con l’opinione pubblica si adoperino perché tale diritto sia salvaguardato e, per quanto possibile, sostenuto.

L’interesse dei genitori per l’educazione dei figli si deve manifestare in mille dettagli. A prescindere dalla istituzione nella quale studiano i figli, è naturale che i genitori s’interessino dell’aria che vi si respira e dei contenuti che lì si trasmettono.

Opus Dei - Foto: Jonathan Ah Kit.

Foto: Jonathan Ah Kit.

Viene tutelata così la libertà degli alunni, il diritto che non si deformi la loro personalità e non si annullino le loro attitudini, il diritto a ricevere una formazione sana, senza che si abusi della loro naturale docilità imponendo opinioni o criteri umani di parte. Così si permette e si stimola che i ragazzi sviluppino un sano spirito critico, e nello stesso tempo si dimostra che l’interesse dei genitori in questo campo va oltre i risultati scolastici.

La comunicazione fra i genitori e i figli è altrettanto importante di quella che si stabilisce fra i genitori e gli insegnanti. Una chiara conseguenza di concepire la scuola come uno strumento in più della propria attività educativa è la collaborazione che i genitori offrono alle iniziative dell’istituto e al suo progetto educativo.

In questo senso è importante partecipare alle attività promosse dalle scuole: per fortuna sempre più spesso esse, indipendentemente dal fatto di essere di iniziativa pubblica o privata, organizzano con una certa cadenza le giornate delleporte aperte, incontri sportivi o riunioni informative di taglio più accademico. Soprattutto a quest’ultimo tipo di incontri è bene che vadano, se possibile, entrambi i coniugi, anche nel caso in cui questo richieda un certo sacrificio di tempo o di organizzazione: in questo modo si fa capire con i fatti al figlio che i due genitori considerano la scuola un elemento di rilievo nella vita familiare.

In tale contesto, lasciarsi coinvolgere nelle associazioni di genitori – collaborando alla organizzazione di eventi, facendo proposte positive, o anche partecipando negli organi di governo – apre tutta una serie di possibilità educative. Non c’è dubbio che svolgere correttamente una funzione di questo tipo richiede un notevole spirito di sacrificio: è necessario dedicare tempo per instaurare un rapporto con altre famiglie, conoscere gli insegnanti, partecipare alle riunioni…

Tuttavia queste difficoltà sono ampiamente compensate – soprattutto per un’anima innamorata di Dio e desiderosa di servire – dall’apertura di un campo apostolico, la cui ampiezza non è possibile misurare: anche se gli statuti della scuola, in genere, non permettono di intervenire direttamente in alcuni aspetti dei programmi educativi, si è nelle condizioni di coinvolgere e spingere gli insegnanti e i dirigenti affinché l’insegnamento trasmetta virtù, bene e bellezza.

Gli altri genitori saranno le prime persone ad apprezzare tale impegno, e per essi un genitore inserito nell’attività della scuola – o perché detiene tale incarico o perché di propria iniziativa mostra di adoperarsi a favore del clima che s’instaura nella classe – diventa un punto di riferimento: una persona da interpellare per la sua esperienza o a cui chiedere consiglio nell’educazione dei propri figli.

Si fa strada così un’amicizia personale, e con essa una possibilità apostolica che finisce per fare del bene a tutte le persone dell’ambito educativo nel quale crescono i figli. Vale qui pienamente ciò che san Josemaría ha lasciato scritto in Cammino sulla fecondità dell’apostolato personale: Sei, fra i tuoi – anima d’apostolo -, la pietra caduta nel lago. Produci, con il tuo esempio e con la tua parola, un primo cerchio… e questo un altro… e un altro, e un altro… Sempre più largo. Capisci adesso la grandezza della tua missione?[7]

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Oltre che la famiglia, anche lo Stato e la Chiesa hanno doveri irrinunciabili nel campo dell’educazione.

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Finora si è parlato del fondamento naturale del diritto dei genitori di educare i propri figli e del carattere universale e irrinunciabile di tale diritto.

Opus Dei - Foto: un_barcelones

Foto: un_barcelones

In base a questa considerazione è assai facile concepire la scuola come un prolungamento dell’attività formativa che si deve compiere all’interno della famiglia. Tuttavia si può affermare che non soltanto i genitori sono legittimamente competenti nelle questioni legate all’educazione, ma che lo Stato, e anche la Chiesa, per diversi titoli, hanno diritti irrinunciabili in questo campo.

La funzione dello stato in materia di educazione

Sono molteplici i motivi che giustificano l’interesse dei poteri pubblici per l’insegnamento. Dal punto di vista pratico, è un fatto verificato a livello internazionale che, per l’effettiva crescita della libertà e del progresso socio-economico delle società, è necessario che i pubblici poteri garantiscano un certo livello culturale della popolazione. Infatti una società complessa potrà funzionare correttamente soltanto se c’è un’adeguata distribuzione dell’informazione e delle conoscenze che poi debbono essere gestite; e inoltre, se c’è una sufficiente comprensione per le virtù e per le norme che rendono possibile la convivenza civile e condizionano i comportamenti individuali e collettivi.

Basti pensare, per esempio, quanto sia importante combattere l’analfabetismo per migliorare la giustizia sociale, e capire così come lo Stato detenga poteri, funzioni e diritti inderogabili in materia di promozione e diffusione dell’educazione, di cui ogni persona ha un diritto inalienabile[8].

Questo giustifica, come concreta esigenza del bene comune, che l’ordinamento statale stabilisca livelli adeguati d’insegnamento il cui efficace profitto possa legittimamente preparare per accedere a determinati corsi universitari o ad altri tipi di attività professionali.

Opus Dei - Foto: QUOIMedia

Foto: QUOIMedia

In tale situazione ci si può chiedere se le competenze dei genitori e quelle dello Stato sono in disaccordo o incompatibili, o se invece possono diventare complementari. In ogni caso, ci si deve chiedere: come si possono rapportare l’un l’altro? Fino a che punto lo Stato può legiferare senza soppiantare i diritti dei genitori? Quando potrebbe intervenire per garantire i diritti dei bambini di fronte ai genitori?

In realtà si tratta di questioni che non riguardano la funzione che nel campo dell’insegnamento, di per sé, spetta allo Stato. Tuttavia, contrariamente a ciò che sarebbe desiderabile, si osserva nei poteri pubblici una tendenza, che si va manifestando in molti Paesi almeno dal XVIII secolo: avocare a sé in modo sempre più esclusivo la funzione educativa, raggiungendo in certi casi pressoché totali livelli di monopolio nella scuola.

Alla radice di questo interesse c’è la pretesa di estendere a tutte le persone un’etica unica, che corrisponderebbe a una morale civica, il cui contenuto sarebbe formato da alcuni principi etici minimi di validità universale e condivisi da tutti. In tal modo, nei casi più estremi, si è caduti in una concezione quasi totalitaria, perché mira a sostituirsi al cittadino nella responsabilità di esercitare un proprio giudizio di moralità e di coscienza, impedendo altri progetti o stili di vita che non siano quelli promossi dall’opinione pubblica creata e sostenuta dallo Stato.

Lo strumento per diffondere questi obiettivi è stato la difesa a oltranza dell’insegnamento neutro nella scuola pubblica, l’isolamento o il soffocamento economico delle iniziative di insegnamento nate in seno alla società civile o, in modo indiretto, la prescrizione da parte della legislazione statale di requisiti di omologazione o programmazione generale, con un tale grado di concretezza ed esaustività da eliminare in pratica le possibilità di specificità delle alternative di carattere sociale, dando luogo di fatto a un monopolio sull’educazione o alla esistenza puramente formale del pluralismo scolastico.

In tale contesto si può affermare che la pretesa neutralità dei programmi statali è soltanto apparente, perché essi implicano una precisa posizione ideologica. Inoltre in Occidente si può constatare che le iniziative di questo tipo di solito sono unite al desiderio di affrancare la cultura umana da ogni concezione religiosa, o all’intento di relativizzare alcuni beni morali che sono fondamentali, come il senso dell’affettività e dell’amore, della maternità, il diritto alla vita dal primo istante del concepimento sino alla morte naturale…

Negli ultimi anni questa posizione è stata rafforzata applicando alla scuola alcuni principi più consoni all’ambito universitario, come la libertà di cattedra e di espressione di chi si dedica alla funzione di docente. In questo modo la libertà educativa si restringe alla presunta libertà che avrebbe l’insegnante per esprimere le proprie idee e formare a suo capriccio i propri alunni, come una concessione che lo Stato gli ha delegato.

Al fondo di questi modi di concepire la libertà si nota un profondo pessimismo intorno alle possibilità della persona umana e della capacità dei genitori, e della società in generale, di garantire ai figli una formazione nella virtù e nella responsabilità civica.

Le difficoltà si superano quando si considera che la scuola compie una funzione di supplenza nei riguardi dei genitori e che «i pubblici poteri hanno il dovere di garantire tale diritto dei genitori e di assicurare le condizioni concrete per poterlo esercitare»[9], ossia, devono essere guidati dal principio di sussidiarietà.

La  libertà  d’insegnamento

Opus Dei - Fotos: sécolectivoforzos

Fotos: sécolectivoforzos

La difesa del diritto dei genitori di educare i propri figli nell’ambito scolastico, sia riguardo agli abusi del potere pubblico, sia riguardo alle pretese ideologizzanti dell’insegnante, è ciò che si suole chiamare libertà di insegnamento o anche libertà di educazione. È lo stesso diritto naturale dei genitori visto dalla prospettiva del rapporto con lo Stato o con altri agenti educativi.

La libertà di insegnamento, pertanto, è un diritto umano, che ha come soggetto i genitori, per educare i propri figli secondo le proprie convinzioni, che possono essere di ogni tipo[10]: dalle questioni che riguardano ilcurriculum (la scelta delle lingue estere o degli sport da praticare) fino alle questioni metodologiche o pedagogiche (nelle quali rientra, per esempio, l’insegnamento differenziato o altri aspetti di tipo più che altro disciplinari).

Valentin again by Martin Kühn

Valentin again, a photo by Martin Kühn on Flickr.

Logicamente rientra in questo campo l’orientamento religioso: è normale che un padre desideri educare il figlio nella sua stessa fede, in un modo coerente con ciò che egli stesso crede e pratica. Non si tratta, dunque, di una questione confessionale o ideologica, ma di un diritto naturale dei genitori.

Questa libertà garantisce che saranno essi a occuparsi dell’educazione dei figli, o direttamente, oppure scegliendo le scuole o altri mezzi che considerano opportuni o necessari, o anche creando propri centri di educazione. Lo Stato ha delle evidenti funzioni di promozione, di controllo, di vigilanza. E ciò comporta che all’iniziativa privata e a quella statale siano offerte le stesse possibilità: la funzione di vigilanza non consiste nel porre ostacoli, né nell’impedire o restringere la libertà[11].

In ogni caso questo diritto non si limita all’ambito domestico, ma giustamente ha come oggetto proprio l’insegnamento, che soddisfi il legittimo obbligo imposto dal potere pubblico di dare un minimo di istruzione al minore, ossia, per tutto il tempo in cui il figlio si trova sotto la tutela dei genitori.

Di conseguenza, la libertà di insegnamento non riguarda qualunque tipo di educazione, ma si riferisce alle attività educative che hanno una precisa rilevanza sociale, in modo che l’educazione ricevuta dal minorenne abbia un valore giuridico. La libertà d’insegnamento richiede, pertanto, che si ammetta che non soltanto la scuola statale è capace di certificare l’adempimento dell’obbligo dell’istruzione minima legittimamente stabilita dal potere pubblico.

Opus Dei - Foto: Medellin.Digital

Foto: Medellin.Digital

Durante il periodo di tempo in cui gli alunni sono minorenni, l’attività degli insegnanti non si deve basare sulla libera trasmissione di conoscenze né sulla libertà di ricerca propria dell’ambito e dell’attività universitaria; gli insegnanti operano essenzialmente come delegati dei genitori, mettendo al loro servizio il talento professionale che posseggono per cooperare nel tipo di educazione che essi vogliono dare ai propri figli.

Nell’ambito della scuola, l’attività docente dell’insegnante è un’attività che si potrebbe considerare “paterna”, mai un’attività ideologica. La libertà d’insegnamento non esiste più quando il principio secondo il quale la scuola opera come delegata dai genitori, viene sostituito dal principio che la scuola opera come agente ideologico-amministrativo dei poteri statali.

Il dovere di intervenire nell’ambito pubblico in materia di educazione

Tutti i cittadini, e in modo particolare i genitori, individualmente o uniti in associazioni, possono e debbono intervenire nell’ambito pubblico quando è in gioco l’educazione, aspetto fondamentale del bene comune. Ci sono due punti di capitale importanza nella vita dei popoli: le leggi sul matrimonio e le leggi sull’istruzione; e lì, i figli di Dio devono essere risoluti, lottare bene e nobilmente, per amore verso tutte le creature[12].

Questa risolutezza, che compete nel modo più eminente alla famiglia fondata sul matrimonio, poggia su una potestà che è originaria – non concessa dallo Stato, né dalla società, ma che li precede perché si fonda nella natura umana -, e dunque deve aspirare a veder riconosciuto il diritto proprio dei genitori di educare i figli da sé o il diritto di delegare detta attività a coloro nei quali essi desiderano riporre la loro fiducia, in quanto manifestazione della soggettività sociale della famiglia e ambito di sovranità di fronte ad altri poteri che vogliono interferire in detta attività. Un tale atteggiamento da parte dei genitori richiede a sua volta un grande spirito di responsabilità e di iniziativa.


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[1]  Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, 10-XII-1948, n. 26.

[2]  Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 2-II-1994, n. 16.

[3]  Ibid.

[4]  Benedetto XVI, Discorso al Convegno della Diocesi di Roma, 11-VI-2007.

[5]  Benedetto XVI, Discorso alla Conferenza Episcopale italiana, 29-V-2008.

[6]  Concilio Vaticano II, dich. Gravissimum educationis, n. 6.

[7]  San Josemaría, Cammino, n. 831.

[8]  Cfr. Giovanni Paolo II, Allocuzione all’Unesco, 2-VI-1980; Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Libertatis conscientia, n. 92.

[9]  Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2229.

[10]  cfr. Ibid.

[11]  San Josemaría, Colloqui con Mons. Escrivá, n. 79.

[12]  San Josemaría, Forgia, n. 104.

2 risposte a Il diritto dei genitori di educare i propri figli

  1. Pingback: Buona scuola: tre punti su cui fare chiarezza - Notizie Pro Vita

  2. Alessandra ha detto:

    Da Quartu Sant’Elena, Sardegna
    buongiorno a tutti
    concordo pienamente quanto scritto in questo meraviglioso articolo.
    Vedo come sia di MODA ormai delegare ad altri l’educazione dei nostri figli, con tutta la nostra fiducia verso le istituzioni.
    E invece sono scomode, impertinenti, rompiscatole, inadeguate, strane le famiglie come NOI che non accettiamo che altri si facciano carico dell’educazione dei nostri figli.
    Abbiamo due bimbe di 4 e 9 anni e nonostante avessimo, più volte nella scuola ribadito la nostra esigenza educativa siamo stati messi totalmente in disparte come primi educatori.
    L’insegnante è un idolo, e deve essere un idolo per i bambini altrimenti non possono plasmarli.
    Non condividendo la necessità da parte nostra che in terza elementare sia svolta un educazione sessuale esplicita e non adattata all’ età , per le insegnanti e indice di voler tener chiusi i propri figli in una campana di vetro.
    Mah …..penso che la società abbia un po troppa confusione degli incarichi e dei propri ruoli sia sociali che personali.
    Alessandra

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