La fede cristiana e la Chiesa

«Believing without belonging»?

Alcuni sociologi hanno detto che, per molti cristiani, la fede oggi è vissuta come un fatto magari profondo e intenso, ma intimo e privato, senza la capacità o il desiderio di riconoscersi in una realtà esterna – Chiesa, gruppo o comunità che sia. La fede vissuta così sarebbe, dunque, un credere senza appartenere: «believing without belonging», appunto.

Forse c’è il desiderio di sentirsi liberi di agire indipendentemente dalla propria fede. Ma questa non è libertà vera, come abbiamo visto. Perché libertà vera è scegliere ciò che ho riconosciuto come buono, vero, giusto.

Forse c’è il timore di essere identificati come cristiani e come tali non facilmente accettati in tutti gli ambienti.

Forse addirittura c’è l’idea che l’appartenere a una Chiesa implichi una specie di arroganza, l’affermazione che la verità debba stare tutta dalla stessa parte, mentre – al contrario – ci si sente magari incerti su tante cose.

Sul rapporto fede – libertà – moralità

In generale, è diffusa l’idea che ciò che si crede sia in qualche modo indipendente da come si vive; molti intorno a noi, insomma, non vogliono che le loro scelte di vita siano in relazione a una fede dichiarata, in modo che non si ponga il “problema” della loro coerenza a quella fede.

Se infatti dichiaro di credere in qualcosa, subito le mie azioni possono essere giudicate da chiunque come più o meno coerenti con la mia fede. Allora è più conveniente non dichiarare troppo apertamente un’appartenenza, un credo, in modo da non avere il problema della conformità delle proprie scelte alla propria fede.

Ma le scelte della mia vita, per essere veramente libere, devono necessariamente dipendere da ciò che io riconosco come vero, bello, buono, giusto, come abbiamo già visto. Se non mi riferisco a questo “Bene”, da cosa dipenderanno le mie scelte? Che fondamento avranno?

Sull’appartenenza alla Chiesa

Il cristianesimo, abbiamo detto, s’identifica con il mio rapporto con Cristo. E’ una relazione personale, viva, fra una Persona, Dio e Uomo, e un’altra persona umana, me. Ma se questa relazione è così essenziale, poiché io non vedo Cristo coi miei occhi, diventa drammaticamente importante che sappia dove trovarLo.

Questo luogo non può essere un mio stato d’animo, che per definizione è mutevole, a un “sentire” che dipende da mille variabili. Ho bisogno di un luogo oggettivo, fuori da me, che mi permetta di trovare Cristo con certezza.

Questo luogo è la comunità cristiana, cioè la Chiesa. Non la gerarchia ecclesiastica, e neanche questo o quel movimento, ma il popolo di Dio nel suo insieme, dal Papa al più semplice fedele, e concretamente – storicamente – i cristiani che mi trovo accanto. Fra loro posso incontrare Cristo. Con intensità ancora maggiore, poi, Cristo si fa presente nella sua Chiesa attraverso i Sacramenti, soprattutto nell’Eucarestia.

Sta nella logica dell’Incarnazione, come abbiamo detto la volta scorsa, che Gesù Cristo abbia scelto di essere incontrabile attraverso la testimonianza di esseri umani pieni di fragilità e capaci di tanto male, ma la garanzia della Sua presenza nella Chiesa non dipende affatto dalla santità o dalla coerenza dei suoi fedeli. Ovviamente, quanto più i membri della Chiesa sono fedeli a Cristo, tanto più la loro testimonianza sarà efficace e il volto di Cristo sarà visibile attraverso le loro vite.

Questo significa che ciascuno di noi è Chiesa. E per tanti che ci stanno accanto, in ogni tipo di ambiente, noi siamo luogo d’incontro con Cristo. Per alcuni, forse, l’unica possibilità di incontro.

SPUNTI PER UN DIBATTITO
  1. Qual è stata finora la tua personale esperienza della Chiesa?
  2. Attualmente senti di appartenere alla Chiesa?
  3. Per te la Chiesa è luogo di incontro con Cristo o, al contrario, ostacolo al tuo rapporto con Dio?
  4. Cosa c’entra con tutto questo la decisione di “sposarti in chiesa”?

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