Cristo è il Salvatore… cosa significa?

« … Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra … »

Gli uomini si sono sempre interrogati sul senso della loro vita. Anche gli uomini che forse ingiustamente chiamiamo primitivi si chiedevano quale fosse l’origine di tutte le cose, di loro stessi, e se ci fosse una destinazione futura per le loro vite. Siamo noi, casomai, in questa nostra epoca così piena di attività, lavoro e divertimento, immagini e parole, quelli che raramente si pongono domande impegnative. Siamo, mediamente, più superficiali. Molti si nutrono dell’esperienza umana solo nella sua scorza più esterna, e così non c’è da meravigliarsi di tante e diffuse inquietudini. Inquietudini che, nelle persone più fragili, come i poveri, i malati e gli anziani, diventano spesso laceranti sofferenze.

Gli esseri umani, dunque, hanno sempre intuìto di non avere in se stessi la ragione sufficiente della loro esistenza. Hanno colto, almeno confusamente, che l’esistenza del mondo, con le sue innumerevoli meraviglie, richiama qualcos’altro o, meglio, qualcun Altro.

Così gli antichi si sono formati le loro idee sul mondo divino. Però l’uomo, pur avendo una naturale tendenza a cogliere il divino, non riesce a procedere più di tanto, e spesso con grande fatica e confusione.

Noi cristiani, insieme con gli ebrei, che il Papa Giovanni Paolo II chiamava «nostri fratelli maggiori», crediamo che Dio, nel corso della Storia, si sia di Sua iniziativa rivelato agli uomini, e più concretamente al popolo ebraico. L’insieme delle cose rivelate da Dio è contenuto nelle Sacre Scritture, che noi accettiamo integralmente per fede. Vedremo più avanti il problema che si pone quando vi sono controversie sull’interpretazione dei testi sacri. Adesso infatti ci interessa mettere a fuoco cosa dice la Bibbia, e in particolare il Libro della Genesi, circa l’origine del mondo e dell’uomo.

« In principio Dio creò il cielo e la terra » (Gen 1,1)

« E Dio vide che era cosa buona » (Gen 1, 25)

All’origine di tutto, dunque, vi è un Essere infinitamente grande, la cui potenza è in grado di trarre tutte le cose dal nulla. «Trarre dal nulla» è ovviamente un modo di dire perchè, propriamente, dal nulla non si può trarre… nulla! Ma è un modo espressivo per avvicinarsi un poco a questo abisso di potenza che è il vero atto creativo, proprio soltanto di Dio. Alle “creazioni” dell’uomo preesiste sempre qualche cosa, alla creazione di Dio non preesiste nulla.

Tutto ciò che Dio ha creato è buono. Chi è buono, dirà più tardi Gesù, trae cose buone dalla pienezza del suo cuore. La creazione è tutta buona perchè procede da un Dio infinitamente buono. Dio non crea nulla che sia originariamente cattivo. Dunque, di fronte alla presenza del male nel mondo, dovremo cercare qualche altra spiegazione.

Ma adesso soffermiamoci sul capolavoro di Dio nell’ordine visibile: la creatura umana.

« E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra […]” […] Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. » (Gen 1, 26-31)

Quindi l’uomo, maschio e femmina, a differenza di tutte le altre cose, valutate come «buone», è addirittura «cosa molto buona». E sfido! E’ creato a immagine e somiglianza di Dio. Questa è una realtà grandissima, appena esprimibile dicendo che l’uomo, come Dio, sia pure in proporzione immensamente minore, è dotato di intelligenza e volontà libera, della capacità di conoscere e di amare. E’ su questo che si fonda l’infinita dignità dell’uomo: non è una concessione legale di governanti benevoli, ma una realtà che precede ogni governo e ogni legge, e che deve essere semplicemente riconosciuta, accolta e applicata.

Non abbiamo tempo di commentare parola per parola il ricchissimo racconto della Genesi, ma va senz’altro detto che, sin dal principio, la creatura umana è ammessa all’intimità del rapporto con Dio che, secondo la metàfora biblica « passeggiava nel giardino alla brezza del giorno » (Gen 3,8). Di più: dopo una vita felice l’uomo, nel disegno di Dio, era destinato a condividere eternamente la vita divina, in una dimensione di gioia semplicemente inimmaginabile. Più tardi San Paolo scriverà: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (1Cor 2,9)

L’uomo però prende l’iniziativa di rovinare tutto. Il racconto della mela è un’immagine e può far sorridere, ma contiene una verità molto profonda, che va trattenuta e messa bene in evidenza: non è proprio il caso infatti di buttare via il bambino insieme all’acqua del bagnetto…

La realtà contenuta in questo episodio è questa: che i nostri progenitori effettivamente si sono ribellati a Dio. Era stata donata loro una condizione ricchissima, la vita umana, senza dolore né morte, superiore a qualunque altra realtà nell’ordine creato visibile. L’unico limite era… che l’uomo era uomo, e non era Dio. La creatura, sminuendo l’immenso dono ricevuto, punta direttamente alla condizione divina, propria di Chi l’ha posta in essere. In realtà la condivisione della vita divina era già stata concessa da Dio alla creatura umana. Ma era una condivisione di vita, non una acquisizione propria della natura divina: insomma, anche nell’eternità, pur nell’intimità strettissima, Dio resta Dio e l’uomo resta uomo. Ma i nostri progenitori vollero per sè, per così dire, una divinità piena e, se non proprio concorrenziale, per lo meno del tutto indipendente dalla divinità del loro Creatore; infatti volevano stabilire da soli cos’era bene e cos’era male: il famoso albero della conoscenza del bene e del male (cfr.Gen 2,9 e 3, 1-12). Questo fa anche intravedere che nella loro presa di posizione non c’era soltanto superbia, cioè un porsi al di sopra della propria reale condizione; ma anche distacco, allontanamento dal Dio che li aveva creati, rifiuto del Suo amore.

Però… sì, si può negare la realtà, a parole, ma non per questo la realtà cessa di essere vera. Uno può gridare: «Vi hanno ingannati! Non esiste la legge di gravità!» e gettarsi dalla finestra. Ma la gravità sarà lì impietosa ad attenderlo. Si badi bene: non c’è nessuno che lo castighi per la sua stupidità; il suo sfracellarsi è semplicemente la conseguenza della sua azione.

Così è stato per i nostri progenitori. Hanno potuto negare a parole, e nei loro insani desideri, la loro condizione creaturale, ribellandosi a Dio, loro Creatore. Ma si sono ritrovati, più che con il castigo di Dio, con le conseguenze della loro decisione: avere respinto l’amicizia e la filiazione di Dio.

Questo dato si è come inciso e scolpito nella loro natura, che era la natura umana dei progenitori di tutta la nostra specie; e quindi, come succede nell’ordine naturale, si è trasmessa a tutta la specie. Come i figli, che ereditano le ricchezze dei genitori ma, se sono sfortunati, ereditano i debiti, noi abbiamo ereditato il debito.

Eppure Dio ha pensato alla maniera di tirarci fuori dai guai, tutti quanti, già nel momento stesso in cui i nostri progenitori gli gettavano in faccia il Suo dono. Dettagliando ai due disgraziati le conseguenze della loro negazione della realtà, Dio fa un accenno misterioso alla Stirpe di una Donna che, in qualche modo, salverà l’uomo dalla propria condizione. Perchè quello che resta chiaro è che, in quel momento, la condizione dell’uomo resta quella di separazione da Dio, così come l’uomo stesso l’ha voluta (cfr. Gen 3, 14-24).

La soluzione procederà dal seno stesso della Santissima Trinità. Dio infatti, pur essendo assolutamente Uno, è al tempo stesso una Trinità di Persone, e questo è certamente un Mistero al di sopra, ma non contro, la nostra ragione. Ciò che interessa dire adesso è che la Seconda Persona della Trinità Beatissima, il Figlio Unigenito di Dio, pur senza evidentemente cessare di essere Dio, assumerà una autentica natura umana nell’Incarnazione e, in questa condizione di Uomo-Dio, vero Dio e vero Uomo, perfetto Dio e perfetto Uomo, salverà, nella sofferenza e nell’amore, l’intero genere umano, riaprendo le porte del Cielo che i nostri progenitori si erano chiusi per sempre alle spalle.

La salvezza sarà opera di Gesù Cristo, nostro Redentore, e a noi verrà chiesto soltanto di accoglierla.

In precedenza ci siamo soffermati sul peccato dei nostri progenitori, a noi trasmesso. Conviene riflettere che, anche a prescindere da questa pesante eredità, noi ci confermiamo liberamente in questa scia di sfiducia e disamore verso Dio ogni volta che non seguiamo la voce della nostra coscienza.

Queste considerazioni servono a dare un po’ di spessore, un po’ di sostanza, all’affermazione che Gesù Cristo ci salva. Infatti se uno ignora completamente un danno o un pericolo, neppure apprezzerà che un amico si dia da fare per lui.

Gesù è un Salvatore molto particolare. E’ il Figlio Unigenito di Dio, è Dio egli stesso, con il Padre e lo Spirito Santo. E’ Uomo proprio come noi, eccetto il peccato. Ed è follemente innamorato di ciascuno di noi. Non era necessario che Gesù soffrisse così tanto per noi: la più piccola azione da Lui offerta per la nostra salvezza avrebbe potuto purificare il mondo da ogni peccato. Ma Dio ha voluto esagerare, perchè nessuno potesse dubitare della grandezza del Suo amore misericordioso. Ha voluto redimerci attraverso le numerose e profondissime sofferenze della sua Passione:

«Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire […] egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori, e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità […] per le sue piaghe noi siamo stati guariti. […] Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori.» (Is 53, 3-7)

Gesù subisce tremende torture: è flagellato, incoronato di spine, umiliato, costretto a portare la Croce sulla quale verrà inchiodato. Ma ciò che fa soffrire di più il nostro Innamorato è la solitudine: le folle che lo acclamavano e i suoi stessi amici sono in fuga, tristi primizie di una fuga dal nostro Dio crocifisso che dura tuttora, e dalla quale nemmeno noi siamo esenti. Eppure, sulla Croce, tutte le Sue parole sono di amore, di tenerissima misericordia. Alle tre di un venerdì pomeriggio, probabilmente ai primi di aprile dell’anno 30, Gesù muore. Sembra la fine di tutto e invece è, in un certo senso, il momento in cui la Storia si riavvia. Mentre la comunità cristiana sembra già disperdersi, e l’unica luce rimasta accesa sulla terra è nostra Madre, la Vergine Maria, ecco che, nella notte tra il sabato e la domenica, Gesù risorge.

La sua Resurrezione riempie di immensa gioia i discepoli di Gesù. La Resurrezione di Gesù ci manifesta e garantisce che anche noi, se accogliamo Cristo, risorgeremo con Lui. Insomma, le porte del Cielo sono riaperte per davvero…!

Con la Passione, Morte e Resurrezione del Signore, la Redenzione del genere umano si è compiuta perfettamente, con divina sovrabbondanza. Questo però non significa che ciascuno di noi sia automaticamente salvo. Bisogna accogliere il Signore Gesù come Dio, mediante la fede. Poi, con la grazia di Dio, è necessario lottare ogni giorno, perchè la nostra fede sia confermata e manifestata nelle nostre azioni, nel nostro comportamento. In altre parole la Redenzione è avvenuta una volta per tutte, ma è necessario che sia applicata a ciascuno di noi singolarmente. Si tratta, per così dire, di permettere a Dio di donarcela, giorno dopo giorno. Seguendo personalmente Gesù ci prepariamo dunque a centrare l’obiettivo più importante della nostra vita, raggiungere la Casa del Padre, per una Vita eternamente felice.

Ma l’incontro con Gesù può cambiare le nostre esistenze già adesso. Forse, parlando in generale, una vita di fede un po’ sonnacchiosa di altri intorno a noi ci ha fatto credere che il cristianesimo fosse un’ideologia, un insieme di precetti e di nobili ideali. E invece non è primariamente questo. Il cristianesimo è, innanzitutto, un incontro. Un incontro con una Persona che ti cambia la vita. Proprio come ai primi discepoli Andrea e Giovanni che, incontrando Gesù per la prima volta, gli domandano: «Maestro, dove abiti?» e si sentono dire: «Venite e vedrete», (cfr Gv 1, 35-39) Gesù offre anche a ciascuno di noi, singolarmente, un’amicizia altrettanto intima. Il Suo amore misericordioso, che ha saputo dare prova di sé nel supremo sacrificio, si manifesta quotidianamente per noi, se lo vogliamo, nell’affetto, nella tenerezza, nel perdono pieno e sempre rinnovato alla sola condizione di essere autentici, di non camuffare le nostre colpe.

Certo, sì, Gesù chiede qualcosa. E ogni giorno tutti quanti caschiamo nella trappola di non accordarGli fiducia. Eppure Lui ci ha fatto, Lui sa guidarci verso la nostra autorealizzazione molto meglio di noi stessi, che non ci conosciamo mai fino in fondo. Alla fine, quello che Dio ci chiede è la via più semplice, più diretta e più facile per raggiungere la felicità e, al tempo stesso, facilitare questo stesso cammino a moltissimi altri, a partire dalle persone cui vogliamo bene. Gesù infatti ci vuole felici in questa vita, e felicissimi dopo il passaggio dal tempo all’eternità.

La gioia, in questa vita, è perfettamente compatibile con la fatica, la sofferenza, la Croce. E’ lo stesso cammino di Gesù e ha come esito la Resurrezione. D’altra parte il sogno di una vita comoda, spensierata, felice solo nel povero senso borghese del termine, è una pura illusione. E’ falsa, come la pubblicità delle bevande e delle merendine, che ci urla: «Compra questo, compra quello, la tua vita si colorerà». Invece sappiamo bene che la vita è impegnativa per tutti, e a tratti è dura. Conviene allora scegliere Gesù Cristo, che ha detto:

«Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.» (Mt 11, 28-30).


Una risposta a Cristo è il Salvatore… cosa significa?

  1. miky ha detto:

    Chiunque abbia scritto tutto cio’ lo sento molto vicino,lo considero un fratello in Cristo….la gioia vera e’ Cristo, a Lui sia la lode,l’adorazione,e l’onore perche’ solo Lui e’ degno..Il Signore e’ grande..provate,e vedrete quanto Dio e’ buono.

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