Cristo e la Chiesa, fondazione e immagini

di don Mauro Leonardi

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Il termine greco che traduciamo con ‘chiesa’ è ekklesìa, e lo troviamo così nel N.T. Nella versione dei Settanta dell’A.T. esso designa l’assemblea convocata per un atto religioso, spesso cultuale e traduce l’ebraico qahal. C’è in realtà un altro termine che nei Settanta traduceqahal, il termine synagoghè che è pressoché sinonimo di ekklesìa. Solo per motivi storici legati al graduale distanziarsi dei primi cristiani dai giudei, il termine ekklesìa verrà preferito e usato per designare il popolo di Dio radunato dal sangue di Cristo. L’etimologia del termine ekkaleo, convoco, chiamo da, rende bene l’idea dell’iniziativa di Dio che chiama i suoi figli a formare il suo popolo santo.

Le citazioni negli Atti degli apostoli e in san Paolo sono tantissime. Nel vangelo ce ne sono due:

Mt 16,18 e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa

Mt 18,17 se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità

Si può dire che il termine chiesa negli scritti del N.T. indica la comunità della Nuova Alleanza, raccolta nel nome di Gesù, formata da coloro che hanno creduto alla promessa di Dio rivelata e compiuta in Gesù. Spesso il termine indica le comunità cristiane particolari (v. per esempio i saluti delle lettere paoline) o le assemblee dei cristiani che si riunivano nelle case private per l’Eucaristia (cfr 1Cor 11,18). Essenziale nel concetto di ekklesia è l’idea di una chiamata divina, di una convocazione da parte di Dio a cui il fedele ha risposto con la sua vita e la sua fede e il cui risultato è la costituzione di un’assemblea che prega, che spezza il pane, che ascolta la Parola che vive di comunione (cfr. Atti 2). I cristiani, in poche parole, sono dei chiamati. Questo particolare, che sembra piccolo e che potrebbe sfuggire alla nostra attenzione quando si pensa e si parla di Chiesa, in realtà ci porta dritti dentro quel mistero che la Chiesa è per natura. Senza il gioco tra la libertà di Dio e dell’uomo che si incontrano, non ci sarebbe Chiesa: non ci sarebbe cioè quell’umanità rinnovata che cammina lungo la storia che nasce, che cresce, che cerca di testimoniare il regno di Dio.

Parlare di chiamati ci rimanda a quel dato essenziale per cui la Chiesa non nasce da noi. L’iniziativa è sempre di Dio, di quel Dio Trinità che Gesù è venuto a rivelarci.

La Lumen Gentium nel capitolo I che ha per titolo Il Mistero della Chiesa, spiega questa iniziativa di Dio ricordandoci come tutta l’intera Trinità sia impegnata a far crescere la Chiesa (cfr. LG 2.3.4: il disegno del Padre, la missione del Figlio, la santificazione dello Spirito). In altre parole la Chiesa non è un fatto umano, un prodotto della storia, un risultato della capacità umana di creare istituzioni. La Chiesa è un mistero che ha origine da Dio Padre. È il Corpo mistico di Cristo che cammina nella storia guidato dall’azione santificatrice dello Spirito Santo: ciò però non significa che la Chiesa sia qualcosa di astratto, di disincarnato. La Chiesa ha la sua visibilità che innanzitutto si rende presente nell’istituzione, ben determinata da una gerarchia, con le sue leggi la sua Tradizione, il suo deposito di fede che è innanzitutto la sua santità (la vita dei santi), il suo popolo che sparso nel mondo testimonia e vive il Vangelo.

Cristo ha voluto istituirla così: la Chiesa è la carne della sua presenza nel tempo e come ricorda la LG è sacramento, segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano (LG 1). In altre parole questo significa che il “luogo normale” e privilegiato dell’azione di Cristo è proprio la Chiesa. Questa Chiesa è santa ma è pur sempre bisognosa di perdono: è la logica del Padre della parabole, del Padre che sempre chiama nella storia. Non siamo chiamati perché perfetti, ma perché attraverso di noi risplenda agli occhi del mondo la bellezza del Vangelo. Come scriveva il card. Ratzinger “un’ablatio che come tale diviene congregatio” (La Bellezza, la Chiesa, Itaca 2005 Castel Bolognese, p.41-42). Non per nulla il nostro divenire chiesa è segnato dal lavacro del battesimo.

La Chiesa nasce dal fianco aperto di Cristo sulla croce, così ci ricordano i Padri, e riceve il suo sigillo nel giorno di Pentecoste. Ma la Chiesa era già inizia mentre Gesù camminava lungo le vie della Palestina raccogliendo attorno a sé i discepoli, mentre annunciava loro il Regno dei cieli, quando consegnava la nuova legge dell’amore e poneva a capo di questa nuova comunità l’apostolo Pietro, fino al dono supremo di sé nell’Eucaristia e nella croce.

Poiché è impossibile trovare le parole per descrivere il mistero della Chiesa si fa ricorso a delle immagini. Entrare dentro ciascuno di esse significa comprendere qualcosa di più del suo mistero. Sono immagini di origine evangelica o dalle lettere di s. Paolo. (V. LG 6)

Le immagine evangeliche sono tratte dalla vita agricola e pastorale del tempo.

L’ovile: Gv 10.

L’ovile è il luogo in cui si radunano le pecore, dove le pecore vengono fatte riposare e custodite al sicuro. Cristo è, allo stesso tempo, la porta di questo ovile ed il pastore che dà la vita per il gregge.

L’immagine evangelica si potrebbe approfondire molto. A me piace ricordare Gv 10,9 che dice “se uno entra attraverso di me sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo”. Entrerà e uscirà: quell’ovile non è una prigione, in quell’ovile si cresce nella libertà dell’amore. Questo versetto ci parla di libertà: il pastore non è venuto per distruggere e disperdere ma per dare una vita abbondante.

La vigna: Gv 15, Mt 21,33-43.

Matteo nel suo vangelo ci dice che l’amore del Padre per la sua vigna è così grande da permettere l’uccisione del Figlio, ma Giovanni ci dice che il centro dell’immagine della vigna è l’unità; senza di essa il tralcio muore. La Chiesa è così, un tralcio fecondo che porta frutto solo se rimane unito a Cristo, se trae la linfa da Lui e questa linfa è l’amore. “Rimanete nel mio amore” è il grido di tutto il cap. 15 di Gv. L’immagine della vigna ci ricorda che la legge che presiede la Chiesa – l’unica legge – è quella dell’amore, del dare la vita per i propri amici e allo stesso tempo ci ricorda che noi siamo incapaci di vivere tutto ciò. Senza di me non potete fare nulla (Gv.15,5).

La casa, l’edificio, il tempio

L’immagine della casa percorre sia il Nuovo che l’Antico Testamento. Il vangelo ci ricorda che Cristo è la pietra angolare su cui si costruisce l’edificio della Chiesa (Mt 21,42), quindi quest’ immagine viene a ricordarci che la Chiesa è il luogo dove Dio prende dimora, il suo tempio santo. La presenza di Lui è nascosta dentro questa casa, se lo vogliamo incontrare è dentro questo edificio che dobbiamo entrare. (Qui le citazioni si sprecano: At, 4,11; 1 Pt. 2,5-7; 1 Tm 3,15; Ap 21,3).

La sposa

Sicuramente è una delle immagini che segnano anche la storia della spiritualità cristiana, l’anima sposa di Cristo è uno dei temi che fanno scuola nel nostro crescere in rapporto d’intimità con Cristo.

Sono soprattutto Giovanni (nell’apocalisse) e Paolo ad usarla, riprendendo un’immagine antica che descriveva l’Israele di Dio nel deserto. L’archetipo della sponsalità ci parla di fedeltà, amore, disponibilità. Cristo dà la vita per la sua sposa (Ef. 5,25-26). La vuole rendere pura e senza macchia (cf. Ap. 21,2; 22,17). Forse quest’immagine è quella che più di ogni altra ci parla di come la Chiesa debba rimanere sempre in profondo ascolto del suo Signore, di come in essa non possa spegnersi la profezia che nasce laddove si è pronti ad ascoltare il soffio leggero dello Spirito che conduce a volte per sentieri nuovi e inesplorati.

Rimangono poi le due grandi immagini che il Concilio Vaticano II ha privilegiato nel descrivere la Chiesa: quella del Corpo di Cristo e del popolo di Dio (LG 7 e per il popolo di Dio viene dedicato l’intero cap. II).

Il Corpo di Cristo

L’immagine della Chiesa come corpo di Cristo è di origine paolina, pertanto per comprenderla è necessario anzitutto sapere che per Paolo, da buon ebreo, il corpo non è la ‘parte’ dell’uomo opposta all’anima, come avviene per la filosofia greca. Esso indica tutto l’uomo nella sua realtà concreta di persona, il corpo – basar in ebraico – è l’uomo nella sua totalità in quanto reso visibile e manifesto. Il peccato, pertanto, non è qualcosa che riguarda solo l’anima ma tocca anche il corpo: infatti ha portato con sé la morte. Per lo stesso motivo la salvezza non riguarda solo l’anima, ma concerne anche il corpo ed infatti il risorto appare ai suoi nel suo corpo.

La salvezza passa per l’unione dell’uomo al Cristo morto e risorto, ed è quello che il cristiano celebra con il sacramento del battesimo (cfr. Rom 6,3-8) che così significa l’unione del corpo del cristiano al corpo di Cristo. Diventiamo sue membra. La Chiesa è, in senso etimologico, l’aggregazione dei fedeli al Corpo di Cristo, ne è il prolungamento fisico nel tempo. Membra di Lui nello spazio e nella storia, uniti alla sua morte e risurrezione sacramentalmente (“Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai!” – 1Cor 6,15). Vengono molto bene qui le parole che Benedetto XVI ha detto nella sua ultima Udienza: “Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi!”.” (Benedetto XVI, Udienza, 27 febbraio 2013).

Questa unione, che inizia con il battesimo, si attua soprattutto nell’Eucaristia che infatti è il sacramento che ‘costruisce’ la Chiesa (cfr. Ecclesia de Eucharistia ): “…il pane che spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10.16-17). I cristiani pur essendo, e pur restando, molti, formano tuttavia un solo corpo, questo corpo è la Chiesa. Così vera questa identificazione tra corpo di Cristo e Chiesa, che apparendo a Paolo sulla via di Damasco Gesù può domandargli “Saulo, Saulo perché mi perseguiti?” (Atti 9,4).

Il capo di questo corpo è Cristo (Col 1,18) nel senso innanzitutto gerarchico del termine: alla sua autorità è assoggettata ogni creatura in cielo e in terra (cfr. Ef 1,21) e la stessa Chiesa: e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui… (Ef 1,22, cfr. Col 1,15-19).

Il termine capo ha anche un significato fisiologico. Significa principio di vita, nutrimento per l’intero corpo: cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo. Da lui tutto il corpo ben compaginato e connesso… cresce in modo da edificare sé stesso nella carità (Ef 4,15-16). Cristo riversa nella sua Chiesa la pienezza della sua grazia, finché ogni uomo raggiunga la sua “statura” (cfr. Ef 4,13).

Tre sono le conseguenze che porta con sé questa immagine.

Innanzitutto l’unità: la Chiesa è una perché non può esserci divisione nel Corpo di Cristo, laddove questo accade, accade di fatto una morte.

In secondo luogo la Chiesa è continuazione e manifestazione di Cristo che brilla particolarmente nel deposito della fede e nei santi.

Infine la Chiesa è un “luogo” dove regna anche la diversità. Ogni membro del corpo ha una sua funzione, così nella Chiesa esistono una pluralità di doni e carismi, per il bene comune (1 Cor 12,7).

Il Popolo di Dio

L’immagine di Popolo di Dio, in realtà, è più di un’immagine: o meglio è l’immagine che più si avvicina alla realtà perché come ci ricorda la LG in ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia; tuttavia, Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra di loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e fedelmente lo servisse (LG 9).

Prima di parlare della Chiesa come popolo di Dio occorre ricordare che la costituzione di questo popolo non viene dal nulla, ma è preceduta dalla scelta che Dio fa del popolo di Israele germe sicurissimo di unità, di speranza e di salvezza (LG 9).

La scelta di Israele è dovuta unicamente all’amore e alla fedeltà di Dio: ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra, con prove segni, prodigi… (Dt 4,32-34) e questa scelta è ratificata con il patto di Alleanza descritto nell’Esodo (cfr. cap. 24).

Questo patto non è un patto come tutti gli altri perché in verità Israele non fa altro che accettare l’alleanza che Dio propone, perché Israele diventi il popolo depositario della promessa di salvezza per tutto il genere umano.

Ci sono alcune peculiarità del popolo di Dio dell’antica alleanza.

Innanzitutto esso è legato ad una ‘razza’, cioè occorre essere figli di Abramo e portare il segno della circoncisione; questo popolo è un popolo di territorio cioè Israele ha una propria terra, che Dio ha conquistato per lui e dove Dio ‘abita’; infine c’è l’ostilità verso le nazioni pagane.

English: Painting in the National Pinacotheque...

Pinacoteca Nazionale, Siena (Wikipedia)

Saranno soprattutto i profeti a incrinare questa visione di popolo e a cominciare a parlare di un ‘piccolo resto’ dal quale nascerà il nuovo Israele, non più legato alla razza, alla terra e che porterà al santo monte di Gerusalemme anche le nazioni pagane. Queste profezie si attuano nella Chiesa, nuovo popolo di Dio, per cui l’apostolo Pietro dirà quello che l’Esodo e Isaia dicevano d’Israele “voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, la nazione santa, popolo che Dio si è acquistato… (1Pt 2.9-10).

La Chiesa è il nuovo popolo nato dalla ‘nuova alleanza’ che il Padre stipula con l’umanità nel sangue di Gesù (cfr Lc 22,20). Questa alleanza è stipulata con l’umanità intera e non solo con una porzione di umanità. Il carattere universale della Chiesa fa sì che in essa si entri non più per razza, ma per fede. Questa novità rende possibile la coesione della Chiesa al suo capo (Cfr. Gal 3,26-29).

La fede ci rende popolo, ci fa riconoscere fratelli, perché è la fede che, nel Figlio, ci rende figli dell’unico Padre.

Anche l’immagine di popolo ci fa riconoscere qualcosa del significato della Chiesa. Sicuramente essa ci fa pensare alla ‘storicità’ della Chiesa, alla tensione che esiste tra il ‘già e il non ancora’ della sua presenza nella storia. Proprio perché popolo formato dall’insieme dei fedeli esso è sottoposto anche alla cultura in cui esso vive, al tempo, alla caducità, alla volontà degli uomini, a momenti di splendore e ad altri di crisi.

Il volto della Chiesa porta su di sé la ricchezza e la povertà di tanti secoli di storia, nella tensione continua di chi ascolta la voce dello Spirito che “non sai di dove venga e dove va” (Gv 3,8).

Accanto a tutto ciò c’è indubbiamente anche il fatto che la Chiesa ha un suo aspetto ‘popolare’, non nel senso dispregiativo del termine ma nel senso di essere casa per il popolo, cioè per i poveri, così come Gesù ha sempre chiesto. Di qui, per esempio, anche l’aspetto popolare della sua devozione o la possibilità di vivere quella carità operosa che fa sì che le membra si aiutino vicendevolmente.

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