Differenza sessuale, dono di sé e fecondità nel matrimonio

Il testo seguente contiene ampi stralci della relazione introduttiva tenuta da mons. Angelo Scola, patriarca di Venezia, al congresso delle famiglie cattoliche dal titolo «Amore e vita», promosso in Svezia dalla Conferenza Episcopale della Scandinavia, nel maggio 2010. 

Vinicius e Ana Paula. by Arthur Neto
Vinicius e Ana Paula. a photo by Arthur Neto on Flickr.

L’uomo di oggi — il cosiddetto uomo post-moderno — è, nello stesso tempo, confuso ed assetato. Per questo ha bisogno di incontrare uomini e donne capaci di testimoniare l’entusiasmo che sgorga dalla singolare bellezza del sacramento del matrimonio.  Ovviamente la secolarizzazione non è la stessa in tutti i Paesi.  Mi pare tuttavia che un nucleo comune alla secolarizzazione di tutte le società euro-atlantiche risieda nel concetto sintetizzato dal  filosofo canadese Charles Taylor. Essa consiste nel considerare la fede in Dio come un’opzione tra le altre. Si è passati cioè da società in cui era «virtualmente impossibile non credere in Dio, a una in cui anche per il credente più devoto questa è solo una possibilità umana tra le altre».

Il secondo tratto della post-modernità, non staccato dal precedente, è che l’uomo odierno rischia di enfatizzare a tal punto la libertà di scelta individuale da considerarla tutta la libertà. Essa risulta in tal modo svincolata da qualsiasi bene oggettivo.

Il terzo dato è lo straordinario connubio che si è realizzato negli ultimi due secoli tra la scienza e la tecnica, in modo particolare nell’ambito della biologia e oggi sempre più in quello delle neuroscienze. Esso ha comportato un profondo cambiamento nella visione della realtà. Il vero non è più dato dalla corrispondenza tra l’intelletto e la «cosa» (adaequatio rei et intellectus). Il vero è ridotto a ciò che è tecnicamente fattibile. Ciò finisce per stabilire una pericolosa equazione: «si può, quindi si deve» (imperativo tecnologico).

L’intreccio di questi fattori ha inoltre radicalmente modificato il modo con cui l’uomo concepisce se stesso, dando origine a trasformazioni e a situazioni inedite anche nell’ambito dell’amore e della famiglia. Il divorzio, le coppie di fatto, le unioni dello stesso sesso, la realtà dei single, la contraccezione, l’aborto, la procreazione medicalmente assistita, la possibilità di effettuare diagnosi prenatali o pre-impianto, la clonazione, l’omosessualità, hanno prodotto nella sfera dell’amore, del matrimonio e della famiglia una serie di separazioni: tra la coppia e l’essere genitori, tra l’essere genitori e il procreare, tra la coppia-famiglia e la differenza sessuale. Queste mutazioni non si arrestano alla sfera privata, ma investono la stessa vita civile. Il legislatore infatti, anche qui in grado diverso secondo i diversi Paesi dell’area euro-atlantica, appare sempre più disponibile a garantire norma di legge a ogni «desiderio» del soggetto, per giunta ampliato dalle indefinite possibilità offerte dalla tecno-scienza.

Da un simile contesto scaturiscono per noi una serie di domande: la differenza sessuale, l’amore e la fecondità devono essere considerati fatti contingenti oggi superabili — e forse già superati — o possiedono un valore assoluto? Questi tre fattori, presi in unità, sono realmente essenziali per l’esperienza del matrimonio e della famiglia? La loro unità merita di essere mantenuta e consapevolmente perseguita come qualcosa che chiede alla libertà di ogni persona di scegliere ciò che è buono in vista del suo proprio bene? La famiglia fondata sull’unione matrimoniale fedele, pubblica e aperta alla vita di un uomo e di una donna è veramente la strada adeguata allo sviluppo integrale della persona? Venendo ai vostri Paesi e considerando la pluralità di mondovisioni di cui sono portatori i soggetti che li abitano, a partire dalla differenza tra credenti e non credenti, passando per le diverse appartenenze ecclesiali e religiose che danno origine ad un numero elevato di matrimoni misti ed interreligiosi, come far convivere positivamente tale pluralità all’interno della famiglia stessa?

Il modo più adeguato per trattare le problematiche fin qui descritte è quello di leggerle attraverso la lente del mistero nuziale nelle sue tre indisgiungibili dimensioni: differenza sessuale, dono di sé, fecondità. L’espressione mistero nuziale infatti svela il carattere profondo dell’amore perché, nel manifestare la sua capacità di mettere in campo l’«io», l’«altro» e l’«unità dei due», conduce al cuore dell’esperienza umana elementare, cioè comune a ogni persona di ogni tempo e luogo. Il fatto che sia un mistero non si riferisce a una sua assoluta inconoscibilità. Suggerisce soltanto che essendo una delle dimensioni con cui la libertà personale d’ogni uomo entra in relazione con l’infinito, non può essere catturata una volta per tutte in una definizione. A questo proposito scrive Pavel Evdokimov: «Nessuno tra i poeti e i pensatori ha trovato la risposta della domanda: “Che cosa è l’amore?” (…) Volete imprigionare la luce? Vi sfuggirà di tra le dita».

Il tema della differenza sessuale, prima dimensione del mistero nuziale, è stato sviluppato dal magistero di Giovanni Paolo II per approfondire la forza profetica dell’Humanae vitae a partire dalle sue catechesi sull’amore umano e ripreso recentemente da Benedetto XVI nella Deus caritas est.  Il rapporto tra maschile e femminile chiede  di essere pensato simultaneamente attraverso le categorie dell’identità e della differenza. Mentre la prima è abbastanza facilmente riconducibile alla natura personale dell’essere umano e alla conseguente uguale dignità tra l’uomo e la donna, la seconda non è priva di problematicità, come attesta il travaglio della cultura contemporanea nella sua radicale difficoltà a pensare la differenza sessuale. La differenza sessuale, integralmente intesa, si rivela come la modalità primaria con cui il singolo, uno di anima e corpo, entra in contatto con il reale. La consapevolezza del proprio essere sempre situato nella differenza sessuale realizza una costante apertura all’altro e indica un cammino di conoscenza di sé. Da qui si capisce che la differenza  non può mai essere abolita. È infatti una insuperabile dimensione dell’io personale.

È proprio nella differenza sessuale adeguatamente vissuta che l’apertura all’altro può prendere la forma del dono di sé. Muovendo da questo dato si comprende meglio il nesso tra mistero nuziale e sacramento del matrimonio, la cui giustificazione ultima prende le mosse dal linguaggio nuziale della Bibbia. La tradizione teologica ci propone una via di riflessione nella cornice del testo di Efesini, 5, 21-33. In questo testo l’esperienza umana dell’amore fra gli sposi, basata sulla differenza sessuale, viene illuminata dall’analogia con l’amore sponsale di Gesù Cristo per la Chiesa, del quale proprio in virtù del sacramento del matrimonio partecipano gli sposi cristiani. Sia chiaro: il sacramento non è un’aggiunta al dato naturale, ma è ciò che lo spiega in profondità. Di qui l’invito di san Paolo agli sposi perché sappiano partecipare di un amore che deve essere totale, personale, redentore e fecondo. Ed è un dato che vale anche per gli sposi battezzati appartenenti a tradizioni cristiane diverse, dal momento che, «in forza del loro battesimo, sono realmente già inseriti nell’Alleanza sponsale di Cristo, con la Chiesa e, per la loro retta intenzione, hanno accolto il progetto di Dio sul matrimonio» (Familiaris consortio, 68).

Radicata nella differenza sessuale, per essere all’altezza della sua vocazione l’unione tra l’uomo e la donna deve essere fedele e aperta alla vita. Ce lo indica il Catechismo della Chiesa cattolica quando parla dei beni-esigenze del matrimonio. In proposito è di decisiva importanza superare un grave equivoco. Queste non sono proprietà che si aggiungono all’amore tra l’uomo e la donna. Esse fanno parte dell’essenza dell’amore. Là dove non c’è fedeltà e fecondità non c’è mai stato propriamente parlando amore. Non si tratta di precetti aggiunti dalla Chiesa quasi per frenare la libera espressione dell’amore. Sono i beni che emergono dalla natura profonda dell’amore umano. In quanto essenziali all’amore, essi, benché messi radicalmente in discussione da buona parte dei costumi e della cultura contemporanei, sono sempre in grado di mostrare la loro attualità.

Non esiste amore che non implichi il desiderio del «per sempre». Ce lo dice il fenomeno dell’innamoramento, quando è ascoltato in tutta la sua serietà. Fa parte dell’esperienza di chi ama voler consegnare tutto se stesso senza limiti temporali. Ed è proprio dell’esperienza di chi è amato desiderare che l’amore che lo abbraccia non abbia mai fine. Nel mio compito pastorale mi rivolgo sempre ai giovani in questo modo: «Vi sfido se siete autenticamente innamorati, a dire “ti amo” senza aggiungere “per sempre”». Il «per sempre» fa parte essenzialmente dell’amore. Il genio di Shakespeare lo ha messo in evidenza nel versetto fulminante di un sonetto: «Amore non è amore / se muta quando nell’altro scorge mutamenti / o se tende a recedere quando l’altro si allontana». Se questo è vero per ogni esperienza di sincero innamoramento, tanto più il «per sempre» dovrà essere presente nell’amore dei coniugi e dei coniugi cristiani. Da quanto detto si capisce meglio cosa intende la Chiesa quando ripropone l’ingiunzione del Signore «quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Matteo, 19, 6). Il versetto ricorda che la decisione umana per l’amore realizza la volontà di continuare l’opera di Dio che ci ha creati maschio e femmina. Al contrario di quanto parte della cultura contemporanea sembra suggerire, l’unione «per sempre» non è un peso inflitto alla nostra libertà, ma una condizione per poterla mettere in atto. L’indissolubilità rappresenta infatti la possibilità che la libertà si compia, che il desiderio di essere amato e di amare trovi soddisfazione fino a rendere trasparente il disegno originario del Padre sul matrimonio. Tutto questo non è il risultato d’una capacità etica superiore degli sposi. Tale pienezza è possibile solo se marito e moglie vivono quotidianamente il proprio rapporto come sacramento, come forma concreta del loro essere Chiesa domestica. A questo livello si capisce quanto sia importante nella vita dei coniugi un’intensa vita sacramentale e una continua ripresa della consapevolezza del proprio battesimo e della propria appartenenza a Cristo. E intorno a questo centro, è offerta la grande possibilità della dedizione vicendevole mediante l’esperienza del perdono.

Per scoprire dove conduce l’amore preso nella sua integralità occorre tornare alla sua origine. Per capire cioè il terzo fattore del mistero nuziale, la fecondità — che è l’esito a cui tende il dono di sé — dobbiamo ripartire dal primo fattore: la differenza sessuale. Ricordiamo che questa dice che l’io è strutturalmente riferito al tu. L’apertura all’altro è costitutiva dell’identità della persona. Lo sposo e la sposa che, in virtù della differenza sessuale, si donano reciprocamente, diventano «una carne sola» e si spalancano alla procreazione del figlio. Proprio perché fin dentro l’unione coniugale i due non si fondono in un’unità che ingloba entrambi, ma esprimono una piena comunione pur restando persone differenti, essi fanno posto al «terzo». A questo proposito il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar ha potuto genialmente affermare che «l’atto dell’unione di due persone nell’unica carne e il frutto di questa unione dovrebbero essere considerati insieme saltando la distanza nel tempo». Questa affermazione rende ragione della forza profetica dell’Humanae vitae. La procreazione del figlio, che implica l’affascinante avventura educativa, esprime il significato pieno del matrimonio. Mi preme aggiungere, per inciso, che anche nei matrimoni misti e in quelli interreligiosi se gli sposi sono resi consapevoli delle difficoltà e rispettano fino in fondo quanto stabilito a livello canonico è possibile una profonda esperienza dell’amore coniugale.

Angelo Scola, 16 maggio 2010.
Tratto da qui.

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