1. Grandezza e fragilità dell’amore coniugale

Presentiamo una catechesi del card. Caffarra sul Matrimonio cristiano, realizzata per un’emittente radiofonica cattolica, nel 1994.

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Durante questa conversazione cercherò di balbettare qualcosa sulla grandezza (e sulla fragilità) dell’amore coniugale. Ho detto “balbettare”. L’amore, infatti, in particolare l’amore coniugale è un cosi grande evento e mistero che di esso si può solo balbettare. Ci faremo guidare dalla lettera del S.Padre.

Prima, tuttavia e purtroppo, dobbiamo fare quello che fece Mosé, prima di avvicinarsi al roveto ardente dove era presente il fuoco della Gloria di Dio. Egli, su ordine del Signore, si levò i calzari, perché stava per entrare in un luogo santo. Anche noi stiamo per entrare in un luogo santo, l’amore coniugale. Anche noi dobbiamo prima toglierci i calzari, cioè liberarci da tutte le idee sbagliate, i pregiudizi che oggi circolano sull’amore coniugale e che più o meno tutti respiriamo.

1. Il primo pregiudizio, il più tremendo, da cui dobbiamo liberarci se vogliamo penetrare nel grande mistero dell’amore coniugale, è quello di pensare che la libertà consista nel non prendere mai impegni definitivi. È di pensare che essere liberi significa non essere legati a nessuno. È di pensare che la forza più grande della nostra libertà consista nel dire “no”, piuttosto che nel dire “sì”. Ho detto che questo pregiudizio è tremendo. Non è una esagerazione. Chi, infatti, si lascia dominare da questo pregiudizio, può veramente giungere fino alla distruzione spirituale di se stesso e dell’altra persona. Mi spiego con un esempio.

Quando noi comperiamo una cosa, normalmente ci viene data con un certo periodo di garanzia. Che cosa significa “periodo di garanzia”? significa che tu da subito entri in possesso della cosa, tuttavia non intendi dare un consenso a tenerla per sempre, se non a condizione che tutto funzioni bene. Se l’esperimento non ha un buon risultato, ciascuno si riprende ciò che è suo.

Proviamo ora a trasferire questo “contratto con garanzia” al rapporto uomo-donna nel matrimonio. I due non si uniscono se non “a condizione che” tutto funzioni bene; se il risultato non è soddisfacente, ciascuno si riprende il suo. Ecco, vedete: si ha qui una sorta di contratto di uso reciproco, nel quale ciascuno non intende impegnarsi per sempre. Ciascuno prova ad usare altro. C’è qualcosa di tremendo in tutto questo, perché si riduce la persona propria e dell’altro ad una cosa di cui fare uso. “Usa e getta”, dice chi si lascia dominare dal pregiudizio che essere liberi significhi non assumersi mai impegni definitivi.

Chi si lascia prendere da questo pregiudizio, solitamente apre il suo cuore ad un secondo pregiudizio, ugualmente molto pericoloso. Vorrei spiegarvelo partendo da alcuni esempi molto semplici.

Se noi in una giornata molto calda passiamo davanti ad un banco di gelati ed abbiamo molta sete, subito sentiamo un grande desiderio di comperarne uno e mangiarlo. Se, al contrario, non abbiamo sete, il gelato non esercita su di noi nessuna attrattiva. Proviamo a riflettere un poco su questa esperienza. Notiamo subito che l’oggetto che attira la nostra attenzione, non ha in se stesso un suo proprio valore: interessa in quanto è capace di spegnere la nostra sete. Se non ho sete, esso non esercita più nessun interesse. È la mia sete che rende così interessante il gelato. Vale, insomma, perché ne ho bisogno.

Ecco, tenete ben presente nella mente questo esempio. Il secondo pregiudizio sull’amore coniugale consiste nel confondere l’amore coll’attrazione, col bisogno che sento di un’altra persona per la mia felicità. L’altra persona vale perché mi soddisfa, perché ne ho bisogno. Perché si tratta di una tremenda confusione?

Facciamo un altro esempio. Sulle case deve essere costruito un tetto: ovviamente perché non vi piova dentro. Lo stesso problema valeva anche per la basilica di S.Pietro: quando fu costruita doveva essere completata col tetto. Era necessario, a questo scopo, perché non piovesse dentro la basilica, costruire la cupola? Non solo non era necessario ma era molto più difficile e molto più costoso. Allora perché Michelangelo volle e costruì la cupola e non un semplice tetto? Perché la cupola è bella. Essa cioè meritava di essere voluta (=costruita) a causa della sua intrinseca bellezza. Ecco, vedete: si può volere una cosa, ed anche una persona, in due modi profondamente diversi. Puoi volere qualcuno o qualcosa perché ne senti il bisogno; puoi volere… perché semplicemente merita di essere voluto, amato. Nel primo caso, è il tuo desiderio che conferisce valore all’oggetto voluto; nel secondo caso, è l’oggetto che, a causa del suo valore, suscita in te il desiderio.

Finalmente, possiamo ora dire brevemente in che cosa consiste il secondo pregiudizio sull’amore coniugale: confondere l’amore coniugale coll’attrazione, col bisogno che sento di possedere l’altra persona per la mia felicità.

Potete anche vedere facilmente come questi due pregiudizi sono legati fra loro. Se vuoi una persona per il bisogno che ne senti, la vuoi solo se e solo fino a quando ella è in grado di soddisfare il tuo desiderio di essa. L’amore coniugale diventa un contratto a rischio.

Esiste, infine, un terzo pregiudizio sul quale vorrei attirare la vostra attenzione. È il pregiudizio che sia possibile un amore vero senza una profonda unità spirituale, che cioè l’amore si possa ridurre ad un’unione fisica-sessuale. Come vedremo, l’amore coniugale è anche profonda intimità sessuale. Il pregiudizio oggi molto diffuso è che sia possibile separare la sessualità dall’amore; che “amare” significhi semplicemente “avere rapporti sessuali”. In una parola: ridurre il rapporto uomo-donna alla sessualità, separandola dall’unione spirituale e chiamare questo “amore”.

Sono tre pregiudizi. Di essi dobbiamo completamente liberarci, se vogliamo comprendere il mistero dell’amore coniugale. Essi infatti, riducono ed impoveriscono la nostra libertà, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della libertà. Riducono ed impoveriscono la nostra capacità di desiderare, e l’amore coniugale è la suprema manifestazione della capacità del dono. Riducono ed impoveriscono la sessualità umana, e l’amore coniugale è la rivelazione della ricchezza integrale della sessualità umana.

2. Se ci siamo liberati da questi pregiudizi, se ci siamo levati come Mosé i calzari, possiamo ora entrare nel mistero dell’amore coniugale.

La caratteristica con cui immediatamente ci si presenta l’amore coniugale è che esso esiste solamente fra un uomo e una donna e non può esistere fra persone dello stesso sesso (come altre forme di amore). Se consideriamo la differenza fra l’uomo e la donna, una differenza puramente biologica, siamo dei superficiali. Partiamo, dunque, dalla riflessione su questo punto: è la porta d’ingresso nel mistero dell’amore coniugale. Vi ricordate come la S. Scrittura racconta la creazione dell’uomo e della donna?

L’uomo (maschio) si sente solo ed in questa solitudine soffre. Mentre dopo che il Signore, creato ogni cosa, vedeva che tutto era ben fatto, ora vedendo l’uomo in questa condizione, dice: “Non è bene che l’uomo sia solo”. Non è bene: l’uomo in questa condizione di solitudine, non ha raggiunto la pienezza del suo essere umano. In realtà, sembrava che l’uomo non fosse solo: c’erano gli animali e le piante. Ma essi non erano persone: erano qualcosa, non qualcuno. Ora, che cosa fa il Signore? crea un altro uomo? crea la donna. Nella comunione reciproca fra l’uomo e la donna, la persona raggiunge la sua pienezza. Ed Adamo canta la sua prima canzone di amore: “questa sì che è carne della mia carne…”.
Le ricchezze delle differenze.

Ecco abbiamo pronunciato la parola “chiave” che ci apre il mistero dell’amore coniugale: comunione inter-personale. Che cosa è? Quando noi siamo di fronte ad una persona possiamo avere tre attitudini fondamentali. Possiamo pensare (e dire): “come è utile che tu esista!”. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona, pensando quali vantaggi eventualmente possono derivargli dalla sua conoscenza, dalla sua amicizia. È l’attitudine utilitarista. Possiamo pensare (e dire): “come mi piace che tu esista!”. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona come fonte possibile di piacere, come qualcosa che può procurargli piacere. È l’attitudine edonista. Possiamo pensare (e dire): “come è bello che tu esista”. È l’attitudine di chi guarda l’altra persona vedendone la sua dignità, la sua preziosità che la rende degna di esistere, il suo valore in se stessa e per se stessa. È l’attitudine amorosa: è l’amore.

Facciamo ora un passo avanti, nella scoperta dell’amore coniugale. Questa terza attitudine è propria dell’amore come tale, non solo dell’amore coniugale. Come è presente nell’amore coniugale? Approfondiamo quell’attitudine amorosa.

L’amore che vede la dignità, la preziosità infinita della persona suscita un sentimento di venerazione per essa che prende corpo nel desiderio di dono all’altro. Ora possiamo donare all’altro ciò che possediamo, ciò che abbiamo: il nostro tempo, per esempio, il nostro denaro, l’esercizio della propria professione. Oppure possiamo donare se stessi, la propria persona: semplicemente non il nostro avere, ma il nostro essere. C’è una diversità fra i due doni? Una diversità abissale.

Il dono di ciò che hai, può essere misurato: …; il dono di te stesso non può essere misurato; o è totale o non esiste per niente. Il dono di ciò che hai può essere misurato nel tempo: …; il dono di se stesso, proprio perché totale, non può essere limitato nel tempo: è definitivo, è eternamente fedele. L’amore coniugale è dono totale, definitivo di se stesso all’altra persona, perché si è vista in essa una tale preziosità da non meritare niente di meno che non la propria persona. Fra le migliaia di persone che ha visto, questa è stata vista in una luce assolutamente singolare. “Questa è unica e merita il dono totale e definitivo non di tutto ciò che ho, ma di ciò che sono: di me stesso”: dice l’amore coniugale. Ecco perché, quando questo dono è accaduto, la persona non appartiene più a se stessa: si è donata per sempre.

Ma questo non è tutto il mistero dell’amore coniugale. Dobbiamo ora chiederci: come accade questo dono?

Esso avviene, nella sua forma più alta, attraverso l’atto con cui i due sposi diventano fisicamente e spiritualmente una sola persona. La sessualità coniugale è il linguaggio dell’amore coniugale: è la sua realizzazione più alta.

Vi ricordate che avevamo detto: la comunione inter-personale è l’essenza stessa dell’amore coniugale. E ci siamo chiesti: ma in che cosa consiste? È la comunione che consiste nel dono di se stessi che reciprocamente gli sposi si fanno, un dono totale e definitivo, che si realizza e si esprime nella sua forma più alta nel divenire una sola carne nell’unione sessuale.

In conseguenza di questo dono, essi si appartengono reciprocamente per sempre.

3. Abbiamo parlato della grandezza dell’amore coniugale. Ma come ogni realtà grande, esso è anche molto fragile. Esso può essere rovinato, anche dagli sposi stessi. Dunque, ci sono pericoli. Quali sono, oggi, i più gravi, da cui guardarsi?

Il primo, il più grave di tutti è l’egoismo: è l’antitesi del dono di sé, e quindi dell’amore… la persona è se stessa solo nella misura in cui si dona.

E qui entriamo nella considerazione di un altro pericolo: concepire la propria libertà come autonomia, come affermazione di se stessi contro l’altro. La libertà non può essere intesa come facoltà di fare qualsiasi cosa: essa significa dono di sé. Quando lo sposo ha detto: “io prendo te come mia legittima…”, ha detto: da ora in poi tutta la mia libertà consisterà nel dimenticare me stesso per essere un puro dono fatto alla tua persona.

Egoismo e libertà male intesa generano nel cuore degli sposi un’altra malattia del loro amore coniugale: l’individualismo (cfr. Lettera alle famiglie, pag.47).

CONCLUSIONE

Permettetemi di concludere con un piccolo racconto. C’era una volta una persona che era talmente stolta che, quando si alzava alla mattina, non riusciva mai a ritrovare i suoi vestiti. Alla sera, non si decideva mai ad andare a dormire sapendo che poi al mattino avrebbe fatto fatica a ritrovare i suoi vestiti. Finalmente una sera trovò la soluzione: prese penna e carta e annotò il luogo dove deponeva il vestito. La mattina tirò fuori allegramente il suo taccuino e lesse: “la camicia”, eccola e se la infilò e così via, fino a che ebbe indossato tutto. “Si, ma io dove sono?” si chiese allora ansiosamente. Invano cercò, cercò e non riuscì a trovarsi.

Il Concilio Vaticano II ha detto una grande cosa: l’uomo ritrova se stesso solo attraverso il dono di sé.

L’uomo oggi sa tutto sui suoi vestiti, cioè su ciò che è più esterno al suo mistero. E su se stesso?

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