Per la famiglia cristiana

Contributo di don Julian Carron, presidente della fraternità di Comunione e Liberazione, alla manifestazione “Per la famiglia cristiana” svoltasi a Madrid il 30 dicembre 2007

Siamo di fronte a un fatto strano, indiscutibile.

L’appello a intervenire alla manifestazione di domenica 30 dicembre nella “Plaza de Colon” di Madrid, ha suscitato un moto di adesione in moltissime persone desiderose di riunirsi per testimoniare gioiosamente davanti a tutti il bene che per loro significa la famiglia.

Non dovremmo sottovalutare queste risposta.

Da decenni continuiamo a ricevere messaggi che vanno nella direzione opposta: molte serie televisive, film e molta letteratura ci mettono davanti il contrario. Davanti a questo impressionante dispiegamento di mezzi, parrebbe normale che la famiglia avesse smesso di interessare.

Invece c’è qualcosa che siamo costretti a riconoscere quasi con sorpresa: questo impressionante apparato ha dimostrato di non essere più potente dell’esperienza elementare che ciascuno di noi ha vissuto nella propria famiglia ,l’esperienza di un bene.

Un bene del quale siamo grati e che vogliamo trasmettere ai nostri figli per con dividerlo con loro.

Qual è l’origine di questo bene di cui siamo così grati ?

E’ l’esperienza cristiana.

Non è sempre stato così, come testimonia la reazione dei discepoli la prima volta che sentirono Gesù parlare del matrimonio: – allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero “è lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? Ed egli rispose: “non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina ? e aggiunse: “per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola.Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. I discepoli gli dissero: “se questa e la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi” (Mt 19).

Non dobbiamo sorprenderci, quindi. La stessa cosa che a tanti oggi, e spesso a noi stessi, appare impossibile, tale appariva anche ai discepoli. Solo la grazia di Cristo ha reso possibile vivere la natura originale della relazione tra l’uomo e la donna.

È importante guardare a questa origine per poter rispondere alle sfide che dobbiamo affrontare. Noi cattolici non siamo diversi dai più: molti fra noi hanno problemi nella vita familiare. Dolorosamente constatiamo come fra noi vi siano molti amici che non sono perseveranti di fronte alle numerose difficoltà ed esterne e interne che attraversano.

Quanto a noi, non è sufficiente conoscere la vera dottrina sul matrimonio per resistere a tutte le tentazioni della vita. Ce lo ha ricordato il Papa:”… le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno” (Spe salvi, 25).

Dobbiamo far nostro quello che abbiamo ricevuto per poterlo vivere nella nuova situazione che siamo tenuti ad affrontare, come ci invita Goethe:” … ciò che hai ereditato dai tuoi padri devi conquistarlo di nuovo per possederlo veramente”.

Per appropriarci veramente dell’esperienza della famiglia dobbiamo imparare che ” la questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna – come ha detto Benedetto XVI – affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? che cosa è l’uomo ?”.

Davvero la persona amata ci rivela “il mistero eterno del nostro essere”.

Nulla ci risveglia talmente, e ci rende così coscienti del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto l’esperienza dell’essere amati. La sua presenza (della persona amata) è un bene così grande che ci fa rendere conto della profondità e della vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito.

Le parole di Cesare Pavese sul piacere si possono applicare alla relazione amorosa: “… quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito”.

Un io e uno tu limitati si suscitano reciprocamente un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal proprio amore verso un desiderio infinito. In questa esperienza ad entrambi si svela la propria vocazione.

Per questo i poeti hanno visto nella bellezza della donna un “raggio divino”, ossia un segno che rimanda più oltre, a un’altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto al suo limite naturale. La sua bellezza grida di fronte a noi “non sono io, io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?”. Con queste parole il genio di C.S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, di cui la relazione fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente.

Se non comprende queste dinamica, l’uomo cede all’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. E la relazione finisce per diventare insopportabile.

Come diceva Rilke “questo e il paradosso nell’amore tra l’uomo e la donna: due infiniti trovano due limiti. Due infinitamente bisognosi di essere amati trovano due fragili e limitate capacità di amare. Solo nell’orizzonte di un amore più grande non si divorano nella pretesa, né si rassegnano, ma camminano insieme verso la pienezza di cui l’altro è segno”.

La più bella esperienza, innamorarsi.

In questo contesto si può comprendere l’inaudita proposta di Gesù perché l’esperienza più bella della vita,l’innamorarsi, non decada sino a trasformarsi in una pretesa soffocante.

“Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,37-39)

Con queste parole Gesù rivela la portata della speranza che la sua persona costituisce per coloro che Lo lasciano entrare nella propria vita. Non si tratta di una ingerenza nei rapporti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo ha potuto ricevere: se non si ama Cristo – la bellezza fatta carne – più della persona amata, questo rapporto appassisce. E’ Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale i due reciprocamente si rinviano e nella quale il loro rapporto si realizza pienamente. Solo permettendogli di entrare in essa, è possibile che la relazione più bella che accade nella vita non decada e con il tempo muoia. Noi sappiamo bene che tutto l’impeto con quale uno si innamora non basta a impedire che l’amore, con il tempo, si corrompa. Questa è l’audacia della sua pretesa.

Appare quindi in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno. Solo nell’ambito di questa relazione più grande è possibile non divorarsi, perché ciascuno trova in essa il suo compimento umano, sorprendendo in se stesso una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di una gratuità senza limiti, di un perdono sempre rinnovato.

Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà difficile, se non impossibile, che la portino a compimento felicemente. Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione ,della quale sono i protagonisti principali, pensando che appartenere all’ambito della comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà. In questo modo si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro risveglia costantemente in me, cioè verso Cristo.

Così si eviterà di passare, come la samaritana, di marito in marito senza riuscire a soddisfare la propria sete. La coscienza della sua incapacità a risolvere da sola il proprio dramma, nemmeno cambiando cinque volte il marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile da non poter fare a meno di gridare: “Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete” (Gv 4,15). Senza l’esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile, l’ideale cristiano del matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile da realizzare. L’indissolubilità del matrimonio e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. E in realtà esse sono frutti tanto gratuiti di una intensità di esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che “a Dio nulla è impossibile”.

Solo una tale esperienza può mostrare la razionalità della fede cristiana, come una realtà che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.

Un rapporto vissuto in questo modo costituisce la migliore proposta educativa per i figli.

Attraverso la bellezza della relazione fra i genitori, essi vengono introdotti, quasi per osmosi, al significato dell’esistenza. Nella stabilità di questa relazione la loro ragione e la loro libertà vengono costantemente sollecitate a non perdere una tale bellezza.

E’ la stessa bellezza che risplende nella testimonianza degli sposi cristiani, che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare.

Don Juliàn Carròn

(El Mundo, Madrid -Il foglio, Milano; 29 dic. 2007)

2 risposte a Per la famiglia cristiana

  1. Angela Colitta ha detto:

    E’ un articolo molto bello e sono d’accordissimo sul fatto che se la coppia non mette al centro Cristo non riuscirà a vivere bene il rapporto d’amore , nè tanto meno a farlo sopravvivere. Mi capita di sapere che si separano coppie sposate da oltre 30 anni. Io sono sposata da quasi sei… Ci si chiede il perchè un pò sconsolati ed esterefatti…ma la risposta giusta è una sola: CRISTO NON ERA IL CENTRO DELLA VITA DI COPPIA, non le dava alimento. Dico queste cose per esperienza. Io ho 28 anni, mio marito 31. Siamo una coppia giovane e abbiamo dovuto affrontare già tante difficoltà esterne ( casa, lavoro, malattia, il figlio che non sta arrivando)ed interne ( la nostra crescita personale , con tutti gli aspetti legati al nostro carattere e alla nostra maturazione, con possibili errori), ma CRISTO E’ AL CENTRO e va tutto a gonfie vele e per noi la vita matrimoniale è uno scrigno prezioso di tesori che sempre ci affascina. Grazie a Gesù siamo diventati padroni di casa capaci di estrarre dal nostro tesoro cose nuove e cose antiche( Mt cap 13, 52) perchè dal tesoro del sacramento nuziale, restando uniti a Cristo come suoi discepoli, abbiamo usato le cose antiche, cioè gli errori e le difficoltà, come trampolino di lancio per arrivare a cose nuove che ci tengono uniti, ravvivando il nostro amore . Cio è potuto accadere solo restando suoi discepoli, guardando a Lui, ascoltando Lui , “mangiando Lui” , cioè facendo dell’Eucarestia il centro della nostra spiritualità di coppia e alimentandoci con l’ascolto delle sue parole. Bisogna essere COPPIE EUCARISTICHE per essere COPPIE ETERNAMENTE UNITE. AUGURI A TUTTI GLI SPOSI CHE VIVRANNO IL LORO RAPPORTO COME UN TRIANGOLO: FACENDO SPAZIO A GESU’!!!!!!

  2. pokankuni ha detto:

    Grazie mille Angela per la tua bellissima testimonianza! Un mondo di auguri per la tua famiglia!

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