Mi ha guarito la confessione, non le prediche

11 novembre 2010

Il sacramento dimenticato

di Aldo Trento

Nel corso di queste ultime settimane, molte persone sono venute a chiedermi di affrontare di nuovo quanto ho detto in passato riguardo la confessione, quando ho documentato da un lato l’assenza di una conoscenza minima del sacramento, dall’altro la necessità che tutti sentiamo di scoprire la bellezza, la profondità, la grazia di ciò che oggi potremmo definire come la “cenerentola” dei riti, il più dimenticato, anche se è essenziale come l’aria. Molti lettori si lamentano di non trovare sacerdoti disponibili, altri mi scrivono di aver avuto esperienze molto negative, perché si sono sentiti vittime di troppa curiosità da parte dei preti, altri sono usciti dal confessionale agitati e intimoriti per i sermoni ascoltati. La cosa non mi sorprende. Quando vivevo in Italia mi era capitato di vivere queste esperienze. Ricordo che un giorno andai a confessarmi nella basilica più famosa di Roma, e incontrai un prete che a tutti i costi voleva sapere il numero e il contenuto dei cattivi pensieri che avevo avuto durante quella settimana. Ovviamente davanti a tanto zelo morale gli risposi che non avevo ancora una calcolatrice al posto del cervello, e che essendo un missionario, con tutto quello che vedevo e sentivo ogni giorno davvero non ero in grado di rispondere alla sua domanda. La risposta fu dura e secca: «Reverendo, come si permette di fare dell’ironia? Guardi che io ho fatto la campagna di Russia, e anch’io so cos’è la vita». Rimasi di sasso, e gli dissi: «Mi fa piacere che abbia fatto la campagna di Russia, lei merita tutta la mia stima e il mio rispetto, ma sono qui per confessarmi e riconoscere la necessità della misericordia divina, per chiedere perdono e non per discutere di numeri. Se non vuole darmi l’assoluzione, non c’è problema, vado al confessionale qui a fianco, sperando di trovare un padre misericordioso». Anche in gioventù mi capitarono una serie di disavventure con alcuni sacerdoti. Cambiavo continuamente confessore, pur di non ascoltare la classica frase: «Hai sbagliato ancora?». Ricordo una volta di aver risposto a un prete: «Guardi padre, a questo punto non mi rimangono che due alternative: o tagliarmi la testa o dormire per tutta la vita. Perché chi dorme non fa peccato, e chi non fa peccato va in Paradiso». Ho dovuto soffrire molto a causa dell’educazione moralista che mi diedero in seminario, un’educazione che mi ha riempito di scrupoli, di sensi di colpa, fino all’ossessione. Ricordo che un giorno ero andato a confessarmi, e come sempre il punto erano i pensieri impuri. Mi misi in ginocchio, e dissi: «Chiedo perdono per i miei peccati, e anche per quelli che mi assalgono in questo momento, mentre mi sto confessando». Terminata la confessione, prima di uscire guardai il confessore e gli dissi ancora: «Padre, torno a chiederle perdono anche per i pensieri che ora mi passano per la testa». Tremavo e soffrivo come un cane. Questo atteggiamento che mi fece tanto male cambiò solo quando incontrai don Giussani, col suo carico di umanità e di passione per la mia persona. Quel giorno, in via Martinengo dove viveva, quando mi abbracciò sperimentai per la prima volta la bellezza della confessione. Non dimenticherò mai il momento in cui, dopo avermi assolto, lui si mise in ginocchio e mi chiese di benedirlo. Nonostante tutti i drammi che mi ha causato una cattiva educazione a questo bellissimo sacramento, non posso non riconoscere che senza l’incontro con un uomo – non importa chi fosse – io oggi non sarei quello che sono. Non sarei un uomo commosso, libero e ironico davanti alle mie miserie, capace di abbracciare qualsiasi essere umano, anche il più depravato che mi si avvicina. Senza la confessione, di cui ho trovato nell’abbraccio di don Giussani il vertice della misericordia, non esisterebbe niente di ciò che ora c’è qui nella parrocchia di san Rafael de Asunción, in questo perimetro di terra in cui l’unica lingua che si ode è quella del perdono. Anche la nuova clinica, con la sua pianta a forma di braccia spalancate, si impone a tutti come la memoria vivida della confessione, di quell’abbraccio misericordioso di Giussani. Tutti i giorni confesso quelli che stanno per morire, omosessuali, travestiti, malati di Aids o di qualsiasi malattia terminale. In genere non riescono nemmeno a parlare, e allora gli chiedo che alzino il dito in alto se sono pentiti, e tutti lo fanno, guardandomi con una tenerezza che mi spezza il cuore. «Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, Amen. Vai in pace». Quando pronuncio le parole più commoventi del mondo vedo che il volto dei miei figli, peccatori quanto me, cambia. I loro occhi brillano, la pace di Cristo misericordioso si depone definitivamente nei loro cuori. Anche lo psicologo della clinica rimane sorpreso e commosso, davanti al miracolo della confessione. La mia vita è stata torturata dalla depressione, ma ciò che mi ha permesso di superare questo tormento non sono stati gli psicofarmaci, ma la confessione. Nei momenti più difficili e dolorosi ricorrevo al confessore. Oggi, il fatto di mettermi in ginocchio ogni settimana, davanti a un uomo, peccatore come me, e al tempo stesso presenza fisica di Cristo, mi dona una sana ironia rispetto al mio niente, mi permette di assaporare il dramma del perdono, e di guardarmi allo specchio sorridendomi, perché sono cosciente della verità più grande della vita e cioè che Cristo mi ama di un amore eterno, avendo pietà del mio niente. Sono convinto, per esperienza personale, che se la confessione tornasse a essere settimanalmente il cuore della nostra vita, l’umanità di ciascuno di noi, per quanto perversa, tornerebbe a fiorire come una primavera.