Separare sessualità e genitalità è solo castrazione

Figlio della rabbia del ’68, ho scoperto che per essere preti serve esattamente quel che serve per sposarsi, essere uomini. Testimonianza appassionata di un missionario

Al direttore – Ringrazio il cardinal Piacenza per la “lectio magistralis” impartita ai seminaristi del Piemonte sul tema della affettività e il suo nesso con il celibato che ogni sacerdote è chiamato a vivere come dono e modalità per essere davvero un “amministratore dei divini Misteri”. E’ la prima volta che sento un prefetto della congregazione per il Clero parlare in termini così pieni di realismo. Leggere quelle parole è stato ripercorrere il mio cammino di 40 anni di sacerdozio, cioè di continua e immutata predilezione da parte di Dio nei miei confronti. “Figlio”, come molti della mia età, della rabbiosa contestazione del ’68, ho conosciuto nei primi anni di sacerdozio la ribellione verso una formazione sacerdotale in cui l’umano era visto più come un ostacolo, che l’unico cammino che porta a Cristo. Più volte molti di noi avrebbero sottoscritto la prima parte del titolo che il suo giornale ha messo per introdurre la “lectio” del cardinale: “Maledetti genitali”. Però quanto accaduto nei seminari in quegli anni era come un grido di aiuto per comprendere quella bellezza che solo più tardi, incontrando monsignor Giussani, avrei incominciato a vivere con gioia. Il celibato non si può comprendere come un dono dello Spirito Santo alla sua chiesa se non si sperimenta già negli anni della formazione la risposta che monsignor Giussani ha dato molti anni fa a una riunione di sacerdoti che gli chiedevano: qual è la condizione per essere sacerdoti? E lui rispose: la stessa condizione che per sposarsi, quella di essere uomini. Ed essere uomo per lui significava un io cosciente del proprio destino ultimo, perché solo la familiarità con il destino ultimo realizza in modo adeguato, totalizzante e definitivo qualunque desiderio del cuore umano, qualunque movimento della persona umana nella sua unità ontologica di corpo e spirito. Stando con lui ho vissuto e sperimentato che l’umano non solo non è obiezione, ma la condizione per incontrare la bellezza di Cristo. Così come lo era stato per Zaccheo, l’adultera, la samaritana. Cristo è la compiutezza dell’io.

Stando con lui ho percepito che la la sessualità umana forma parte dell’ontologia umana e che non si può ridurla alla sola genitalità, anche se ne è un aspetto fondamentale. Infatti Dio ha creato l’uomo come essere sessuato maschile e femminile per cui “l’uomo non separi ciò che Dio ha unito”. Questo principio non riguarda solo coloro che sono chiamati a essere una “carne sola” nel matrimonio, bensì ogni essere umano. La sessualità nella sua dimensione mascolina e femminile è l’origine stessa del linguaggio umano, della relazione uomo-donna, io-tu. Per cui qualunque “formazione” o “educazione” che volesse separare queste due realtà complementari e distinte va contro la verità dell’uomo così come Dio l’ha fatto. Ed è per questo che nessuno, a meno di castrare la propria umanità, può rinunciare o censurare la propria sessualità. Il dogma stesso della Assunzione al cielo della Vergine e quello della risurrezione della carne, è l’affermazione più acuta e bella di questa verità. La Madonna fu assunta in cielo con il suo corpo femminile anche se trasfigurato. Così ho la certezza che un domani vedrò mia madre e mio padre con il loro corpo trasfigurato femminile e maschile. Non posso immaginare che si siano trasformati in angioletti tutti uguali, come quelli fabbricati in serie nei negozi della Val Gardena. Per questo motivo nessuno può prescindere dalla bellezza della propria sessualità, mentre può rinunciare per un bene più grande all’uso della propria genitalità. Ridurre l’uomo alla genitalità è eliminarla. Allora la questione non è ridurre il celibato al non uso dei genitali o alla virtù della castità, ma scoprire come il celibato è un dono. Chi è il celibe o chi è il vergine se non colui che per una grazia divina è chiamato a vivere in pienezza la propria umanità, vivendo come ha vissuto Cristo, il più bello fra i figli dell’uomo, come ricorda il Salmo 44? Quando penso alla mia vita, con i suoi 40 anni di sacerdozio, quando rivedo i miei 22 anni di missione in cui mi sono imbattuto in mille “tentazioni”, in cui ho sentito l’ardore della carne, della libidine, vedo la bellezza di una lotta, come quella di Giacobbe con l’angelo che alla fine lascia il segno, il segno della mia appartenenza al Mistero.

Il problema non sono i genitali, il problema non è neanche la relazione uomo-donna, ma quella sete di infinito, di eternità, di amore, di felicità, di bellezza, di giustizia, di verità che definisce l’io. “Incontrando Cristo mi sono scoperto uomo”, affermava l’ultimo grande senatore e avvocato dell’impero romano, Vittorino. Vivere il celibato per colui che è vi chiamato, è vivere solo e totalmente per Colui che è il contenuto di ogni respiro umano. E’ rispondere alla domanda di san Francesco: “Quid animo satis?”. La verginità, termine infinitamente più bello di celibato, è vivere ogni rapporto con una “distanza dentro”. Kierkegaard dà una bellissima spiegazione di questa “distanza dentro” in ogni rapporto, commentando la creazione della donna. Secondo la Genesi, Dio creò la donna da una costola di Adamo, dopo averlo fatto addormentare. Con questa metafora Dio voleva farci capire che cos’è la verginità cioè il valore di ogni rapporto. La costola, cioè la donna, sarà sempre segnata da quell’insondabile desiderio di tornare nel luogo da cui è stata tolta dal Creatore. Così come quel vuoto lasciato dalla costola in Adamo continuerà a desiderare che la costola (la donna) torni nel suo posto originale. Una ferita, una nostalgia che accompagnerà ambedue fino alla morte. La verginità è guardare l’altro come parte di sé ma diversa da sé, guardarlo come dono. Però questo implica una lotta, perché tanto l’uomo come la donna vorrebbero eliminare la distanza, la diversità che sono, seguendo l’illusione che nel possesso reciproco (la costola che torna nel suo posto originale) stia la felicità e la compiutezza di sé. E questa lotta per affermare l’irriducibilità dell’altro è non solo per i celibi, ma anche per gli sposati. Una lotta per affermare l’amore al destino dell’altro. Il celibe è l’uomo chiamato da Dio a ricordare a quanti sono sposati la condizione definitiva a cui tutti siamo chiamati con la morte. E’ il profeta, cioè colui che testimonia il “già” di quella compiutezza affettiva che è il paradiso.

In questo si fa impellente il prendere sul serio quanto il cardinale Piacenza scrive nel secondo punto della conclusione al suo intervento, lì dove afferma “è necessario riconoscere il primato assoluto della Grazia senza la quale non è nemmeno immaginabile una vita realmente casta”. Cioè non è possibile né per il celibe, né per lo sposato, guardare l’altro come lo guarda Cristo. La bellezza del celibato è per me evidente in ciò che Dio realizza quotidianamente in me stesso, la gioia di vivere una paternità sconfinata, che diventa opera. La piccola città della carità in cui vivo fu un giorno visitata da un professore di psicologia clinica. Commosso per ciò che vedeva mi domandò: ma qual è il fondamento di questa bellezza umana? Gli risposi: “La divina Provvidenza”. E lui di rimando: “No, padre, la verginità, la sua vita per Cristo, perché solo la verginità costruisce, è capace di paternità”. Allora non si tratta di maledire i genitali, ma di guardare l’uomo nella sua totalità, nella sua bellezza, perché creato a immagine e somiglianza divina.

di Padre Aldo Trento – 23 maggio 2011

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