Eucaristia: una Realtà presente, familiare

1. Il Mistero familiare

«Uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Di’, chi è colui a cui si riferisce?”. Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”. Rispose allora Gesù: “È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò”. E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: “Quello che devi fare fallo al più presto”. Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: “Compra quello che ci occorre per la festa”, oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte» (Gv 13,23-30).

In questo brevissimo quadro sta tutto il dramma cristiano da duemila anni, che non è un dramma sociale (se non per riflesso). È il dramma cristiano da duemila anni, il dramma che avviene nel rapporto della singola persona, nel rapporto di Dio con te. Perché il dramma cristiano avviene a livello del singolo, a livello della persona, e il resto ne deriva.

Vorrei che fissassimo l’attenzione su quel quadro, su quell’istante, su quel momento, in cui uno di quella dozzina, che si teneva stretto a Gesù, mise la testa sulla sua spalla per dirgli: «Chi è?».

Prescindiamo un istante dalla verità del cristianesimo. Pensate soltanto cosa vuol dire una cosa del genere: Dio, il Creatore, il Fondamento, il Mistero che fa le cose, è un Uomo cui è appoggiato un altro uomo, un po’ più giovane di tutti, perché Giovanni avrà avuto 20 anni circa a quest’epoca; è lì stretto a lui, mette lì la testa per dirgli una cosa: «Chi è?»; e quello glielo dice, gli risponde, tanto era intimo e familiare, tanto era eccezionale, tanto era una predilezione. Una realtà umana, fisica, visibile: questo è il contesto in cui Dio si è messo per l’uomo. L’uomo davanti a Dio è in questo contesto: non è più “Dio”, ma è questo contesto, è uno, una realtà cui uno può appoggiare la testa. Questa è la situazione religiosa dell’uomo da allora, esattamente questa. Dio è così dentro il nostro modo di vivere, la nostra esistenza, che il rapporto con Lui è figurato oggettivamente da questo momento: non è un momento eccezionale, è il momento-regola, è il momento paradigmatico di ciò che da allora avviene.

Quel “più” che ognuno desidera, quel “più” vago ma urgente, quel “più” ignoto, spesso o normalmente incosciente, che mai l’uomo riesce ad afferrare nel suo significato, quell’«essenziale», di cui parla Evtusenko (e non poteva dire che cosa sia ) (Cfr. E. Evtusenko , «Dopo ogni lezione», cit. in L. Giussani, Il senso religioso, Rizzoli, Milano 1997, p.97), quel “più” vago, in una simile situazione, diventa una realtà altrettanto pesabile, fisicamente percepibile, fisicamente determinabile, realizzabile, familiare, chiara, come una persona con cui si faccia dialogo continuamente a mensa, con cui si viva sotto lo stesso tetto, si mangi, si discorra. Quel “più”, da allora, diventa una evidenza, diventa un bisogno sacrosanto; diventa un’evidenza anche nel modo di fare: uno sa, da allora, come fare, uno deve sapere, da allora, come fare. Quello che era ignoto, quello che era un mistero, diventa, da allora, una norma precisa, una norma che uno capisce e traduce, diventa una cosa reale. Quella carità di cui sopra, quell’amore all’essere – a Dio o al cosmo, a Gesù o agli uomini, fa lo stesso -, quell’amore diventa normativo, diventa un pungolo evidente, diventa la possibilità e il dovere di chiunque, diventa il dovere di ogni azione, diventa l’ispirazione consapevole e chiara di ogni azione.

Il più grande delitto, il vero delitto nostro è quello di dimenticare Gesù Cristo! Dicevo che la posizione in cui pensare Dio, l’immaginazione con cui sempre l’uomo istintivamente investe le sue idee, il suo pensare, questa immaginazione deve fissarsi sul quadro descritto in queste poche righe. Perché questa è la posizione normale in cui tu sei. Il delitto è l’inconsapevolezza con cui tu riesci a cancellare anche questo – normalmente – dalla tua esistenza, dalla tua vita.

Ho accennato stamattina al fatto che questo incontro fisico, questa realtà fisica nell’incontro con la quale l’uomo immediatamente e improvvisamente sente prendere consistenza, e chiarirsi vertiginosamente, ed imporsi come esigenza, quel “più” che altrimenti rimarrebbe nella vaghezza, oggetto di canto dei poeti o di qualche momento di commozione, comunque di un’inquietudine senza possibilità di analisi, infecondo, tanto angoscioso quanto sterile, questo incontro, ho detto, è il Sacramento.

Infatti non c’è nessuna differenza tra la quantità di Mistero che è in questo “quadro”, nel fatto cioè che Dio fosse quell’uomo, a cui io sono così attaccato sentimentalmente, con cui sono così amico, che mi vuole bene, con cui sono così familiare e affiatato, quest’uomo qui che sta mangiando con me, e nel fatto che Iddio, che il Mistero di Dio sia in questo gesto che la comunità della Chiesa – la comunità cristiana – fa e che si chiama Sacramento. Che differenza c’è tra il primo aspetto del Mistero e questo secondo? Nessuno. Non è più misterioso il secondo, non è più misteriosa la Confessione o la Comunione di quel “quadro” di Giovanni Evangelista vicino a Gesù Cristo. Non esiste assolutamente una sperequazione in questo duplice aspetto dell’unico Mistero.

E, infatti, il Mistero del Sacramento è esattamente come il Mistero che viveva Giovanni Evangelista, ha lo stesso suo “schema”. È il Dio – l’invisibile, l’incomprensibile, l’incommensurabile, il fondo della questione – che si rende sensibile: non come Dio, non può Dio rendersi sensibile come Dio, ma si traduce in una presenza, in una realtà presente che io incontro, una realtà perfettamente umana. Gesù era un uomo che agiva e che parlava, così come sono uomini quelli che agiscono e che parlano nel Sacramento, nel Mistero. Ed è il Mistero, il Sacramento, un gesto fatto da uomini, come, per i farisei, Gesù Cristo e quelli che lo attorniavano erano degli uomini che compivano dei gesti e che contraddicevano così la loro purissima idea del Dio inconcepibile e inimmaginabile. Così come può sembrare al razionalista di oggi una realtà assurda la pretesa che quel gesto sia il gesto con cui Dio ricostruisce un uomo, con cui la potenza dell’Altro fa di me un essere nuovo mille volte al giorno, fino a quando questa conversione si vede. Perché io che potevo essere come te, non sono come te. A quarant’anni, se vai avanti così, tu non vedrai quello che vedo io, non sentirai quello che sento io. Mentre quello che tu senti, quello che tu vedi, io lo sento e lo vedo, perché sono stato anch’io come te. Soltanto che sono più in là di te, per qualche cosa che mi è venuto addosso, che mi è venuto dentro, e non me lo sono dato io, non l’ho cavato fuori io da me stesso: questo qualcosa mi è venuto dentro stando vicino a una realtà fisica.

L’affermazione che la Confessione trasformi è puramente gratuita per chi non la usa o per chi la usa in modo da far pietà, come pratica di pietà, e non nella semplicità di quel Mistero. Ed è affermazione puramente gratuita e astratta dire che la Comunione converte, crea un uomo nuovo, sociologicamente visibile, con una mentalità diversa, con una sensibilità sterminatamente più profonda nel sentire l’uomo e i problemi del suo destino; basta non vivere la Comunione, non accostandosi oppure accostandosi in modo da fare pietà, come una pratica di pietà, e non come un mendicante che affonda sé nel Mistero di Dio, senza nessuna pretesa, ma con la certezza che la Redenzione di se stesso avverrà, apparirà quando e come Dio vorrà. Ma già avviene, già avviene dentro di sé: uno non può essere totalmente come prima vivendo quei gesti, non può esserlo.

Il pericolo supremo, dunque, per chi si accosta, è di non accostarsi alla cosa per quello che è, ma per qualcosa che immagina sia, per una riduzione in termini razionalisti o moralistici di una cosa che è puro Mistero.

La posizione di Giovanni Evangelista, di quel giovane con la testa appoggiata a quell’uomo, oggettivamente e realmente – non sono un “mentecatto” nell’affermare questo – è nel Sacramento che ritorna. E uno, se è fedele e se è continuo su questa strada, in questo incontro, diventa diverso, diventa un altro come mentalità, come sensibilità e come energia di vita.

Ci sono delle possibilità morali che sono assolutamente inconcepibili al di fuori del cristianesimo vissuto (non di una moralità vissuta, non di una religione vissuta, ma del cristianesimo vissuto, cioè del Mistero che si riconosce presente, cui si chiede di entrare dentro la carne e le ossa e in ogni azione, del Dio cui si chiede di entrare, di mettersi dentro le proprie azioni, dentro la propria vita, che si accoglie e a cui si chiede di entrare sempre di più nella vita): per esempio, la fedeltà nell’amare; per esempio, l’amore alla verità; per esempio, l’impossibilità ad arrestarsi, l’impossibilità che tutto ciò che accade diventi un ostacolo, uno scandalo e fermi sul cammino; soprattutto, la capacità della continuità, non di una continuità astratta, ma della continuità della ripresa indomabile, la continuità della vita sempre presente, la continuità della vita realisticamente sempre presente, la continuità della Resurrezione.

Allora capite come, a mio avviso, debba cambiarsi, debba mutarsi, debba convertirsi il vostro atteggiamento di fronte a queste cose, a questi momenti della vita che sono il fulcro, come Gesù Cristo è il fulcro della nostra storia : non saremmo qui, con buona pace di tutti noi, a parlare di questo, non ci saremmo mai trovati, se non ci fosse questo Fatto.

Il primo aspetto della nostra conversione, il primo modo per calare dentro la nostra vita la consapevolezza ardente di quel “più”, per far diventare concreto quel “più”, per farlo diventare anima che trasforma la nostra esistenza pratica, per incominciare a sperimentare quel “più” dentro le cose che facciamo tutti i giorni, dentro il dovere, dentro lo spazzare il pavimento o lo studiare o il mangiare (come diceva Sinjavskij da un altro punto di vista, parlando del contadino che si fa il segno della croce prima di mangiare); perché questo “più” entri dentro, consapevole, sempre più vibrante, sempre più trasformante, sempre più amico, sempre più familiare, sempre più riconosciuto, perché abbiamo a camminare sempre meno nella nebbia, il primo punto non è quello di accingersi a fare chissà che cosa. Il primo modo per realizzare quel “più”, per realizzare la conversione, è quello di accostarsi ai Sacramenti. Non è ad una pratica religiosa che io vi sto sospingendo, ma è alla coscienza di un gesto, di una realtà che è Mistero, attingendo alla quale diventerete diversi. Perciò è una esperienza che vi prometto, quando e come Dio vorrà. Non vi richiamo a una pratica di pietà, ma a un momento che è Mistero.

2. La coscienza del proprio niente e il desiderio del compimento

Tu di fronte al Mistero come vai? Vai facendo patti? Vai facendo un contratto? Vai “preparandoti” e quindi dicendo: «Adesso io ho il diritto di venire ad accostarti»? Ti accosti al Mistero mettendo a posto tu le cose prima e poi dicendo: «Adesso dunque Tu sei costretto ad accettarmi qui»? Sarebbe una pretesa e una presunzione.

Accostarci al Mistero richiede una cosa sola: la coscienza della nostra inettitudine, che è più che nullità, della nostra incapacità fondamentale e del nostro tradimento continuo, della nostra povertà colpevole, della nostra manchevolezza voluta, del nostro venir meno, della nostra incapacità connivente, del nostro essere niente. Ma la parola “niente” non dice ancora quel che siamo. Esiste soltanto questa come condizione: la consapevolezza di quello che si è, e basta. Per accostarsi al Mistero esiste solo questa necessità.

Anche se il modo di accostarsi al Mistero nel Sacramento è diverso da quando uno è lì a mangiare insieme e gli mette la testa sulla spalla, lo sente parlare della fine del mondo e del Giudizio e si sente tremare a quella voce che già lo giudica, si tratta però di modalità diverse d’accostarsi allo stesso Mistero.

Così, Cristo ha lasciato nella nostra esistenza una permanenza di sé sotto determinati aspetti. La Confessione e la Comunione sono i due aspetti fondamentali con cui noi accostiamo il Mistero: due aspetti fondamentali, perché stanno l’uno all’inizio e l’altro al fondo del nostro atteggiamento. Ma è una dialettica, sono fattori dialettici di un solo atteggiamento. Quella del pubblicano che se ne andò fuori dal tempio perdonato – e non dice affatto il Vangelo che lasciò di fare il gabelliere e perciò di truffare, non lo dice – è certamente, come ho detto stamattina, la pagina di Vangelo più chiara da questo punto di vista.

La Confessione, per venire nel dettaglio, non può essere considerata in questa guisa che sto per dire; nella guisa che sto per dire può essere considerata la Confessione se è una pratica di pietà per il moralismo solito. Cioè: «Io, per andare, per accostarmi alla Confessione, devo essere deciso a lasciare questa roba qui, altrimenti sono un impostore, sono ipocrita: vado là e so che dopo un’ora io posso ancora sbagliare; se avrò occasione, dopo tre minuti, io sbaglierò ancora. Allora, andrò alla Confessione quando io avrò deciso». Io ti domando che necessità c’era che venisse il Mistero di Dio nella tua vita, se tu sei già capace di decidere da te. Oppure, uno pretende di arrivare alla Confessione secondo una modalità interiore, secondo uno stato di sentimento, che implica già una conversione: che uno pianga amaramente i suoi falli, che uno senta angosciosamente il suo sbaglio. Ma dico che, se sei già cambiato, è inutile che ci vai. È un sigillo formalistico quello che tu pretendi; infatti, è un formalismo.

Invece, è ben altro che questo. Tu vai a quell’incontro perché non sei capace di niente, non sei capace, quindi, innanzitutto, di decidere il bene. Vai a quell’incontro perché tu sei bloccato dal tuo errore; perciò vai a quell’incontro come a una cosa estranea a cui sei impermeabile, e tu sei pieno del tuo sentimento cattivo; pieno sei, e vai a quell’incontro proprio perché – unica condizione – riconosci d’essere un pover’uomo. Per riconoscere di essere un pover’uomo, un inetto, un poveraccio, un disgraziato, per riconoscere di essere ingiusto – questa è la parola più discreta, ma anche più chiara – per riconoscere di non essere te stesso, per riconoscere questo, occorre che tu riconosca quel “più” di cui sopra, che tu riconosca che appartieni, le tue azioni appartengono a un contesto più grande che non tieni presente, che non puoi tenere presente; occorre che riconosca questo e riconosca di non farcela tu a metterti a posto, che tu non sei capace assolutamente di lasciare questo o quest’altro, che non sei capace di far nulla. Questa è la precondizione, solo questa. E vai a gridare, a chiedere che questo si muti.

Il dolore non è un sentimento, nella Confessione, è un giudizio, è il riconoscere che l’azione non fu amore, non fu libertà, non fu apertura al “più”, non fu parte di un contesto, ma pretese e pretende essere legge a se stessa. Il dolore è un giudizio e il proposito non è un programma di cui tu sei padrone (non è che improvvisamente tu sei diventato padrone di te stesso!). Sarebbe inutile, un evacuare il Mistero di Cristo, sarebbe un salvarti da solo. Il proposito è esattamente il grido dell’ultimo residuo di sincerità in te: «Io non sono capace, Dio, cambiami tu. Io non so come fare, non so come agire, non so come cambiarmi, salvami tu!». Il proposito è quest’ultimo residuo di sincerità che, non trovando in sé la soluzione riconosciuta necessaria , grida al Mistero di Dio, alla potenza di Dio. Perché questo è evidente: che Dio è più potente, è più grande la potenza di Dio della nostra inettitudine, della nostra malvagità.

È più grande la misericordia di Dio che il peccato. Questo non vuol dire che Dio sia mentitore e dica: «Sei bravo quando sei cattivo». Dio non consacra una tua bontà quando vuoi il male; Dio ha bisogno solo d’un punto d’appoggio in te, di un’infinitesimale punto di verità per costruirci sopra, con la sua potenza, la tua conversione. Per ricrearti! È solo la potenza di Dio che ti può ricreare, ma ha bisogno di un punto, un punto solo di verità in te. Perché Dio non può costruire su una menzogna. E questo punto infinitesimale di verità in te sta nella sincerità di quella domanda, e basta.

La Confessione è una preghiera, perciò una domanda, non un programma stabilito. L’unica clausola è la sincerità di questa domanda. Questa sincerità, io vi chiedo se non può esserci anche in uno che si senta in una situazione così irretita che è sicuro di continuare a sbagliare! Se uno, perché si sente irretito in una situazione, non va a confessarsi, fa due gravissimi errori: prima di tutto, in fondo, avvalla più completamente la sua situazione negativa, la ispessisce; in secondo luogo, si allontana anche dalla religione, sempre di più. È la logica traiettoria del peccato: invece che rimanere un atto cattivo, diventa una storia cattiva, e il termine di questa storia è la menzogna. Uno abbandona anche la verità, anche se va ancora in chiesa, ma è tutto un vuoto di adesione e di riconoscimento.

Perciò, anche per uno irretito in modo tale che capisce di non riuscire a cavarsela, che è sicuro di sbagliare ancora, l’ultimo residuo di verità di se stesso qual è? È quello di gridare a Dio: «Dio, cambiami tu, perché io non sono capace di cambiarmi da me. Fa’ quel che vuoi di me, perché io non sono capace di cambiarmi. Io tra un’ora sbaglierò, stasera sbaglierò, domani sbaglierò». Non è una norma che sto dandovi; cioè: «Mettete pure in preventivo di sbagliare sempre, basta che gridiate a Dio così», perché non sarebbe un grido sincero. Il grido è sincero, la domanda è sincera quando realmente uno non può far diverso, non riesce a far diverso; questo grido è sincero quando uno è tutto proteso a fare quello che può fare, anche a tagliar corto, se riesce. Non è l’eliminazione della tua collaborazione, è la constatazione realistica della situazione della tua energia , della tua condizione.

Ricordatevi quella pagina di Marshall, che racconto sempre a questo punto; è una pagina molto acuta e a mio parere definitiva come chiarezza. L’abate Gaston, protagonista del libro «A ogni uomo un soldo», deve confessare quel tedesco che i partigiani francesi hanno preso e che deve essere ammazzato; siccome è cattolico, e tutto tremante, concedono, pur essendo comunisti, che faccia la confessione. L’abate Gaston dice: «Ragazzo mio, confessati bene, perché devi crepare. Allora, che hai fatto?». E quello naturalmente dice: «Le donne». «Allora adesso ti pentirai, perché devi comparire davanti al tribunale di Dio». E quello, che è lì impacciato: «Come faccio a pentirmi? Era una cosa che mi piaceva, se ne avessi l’occasione lo farei anche adesso. Come faccio a pentirmi?». Allora all’abate Gaston, che è tutto preoccupato perché non riesce a mandare in Paradiso quell’individuo, a un certo punto viene un lampo di genio e dice: «Ma a te rincresce che non ti rincresca?». E quello fa, spontaneamente: «Sì, mi rincresce che non mi rincresca». Questo è l’ultimo residuo di verità in quell’individuo, è il riconoscimento del vero. Su quell’infinitesimale spunto Dio costruisce la difesa dell’uomo. «Padre, non sanno quello che si fanno» – dopo tre anni di persecuzioni che aveva avuto da loro.

Siete inescusabili, se non andate a confessarvi. Inescusabili, perché non è quel che avete fatto, non è lo stato d’animo, quello che vi tiene lontano dalla Confessione. Né l’una né l’altra cosa in qualunque caso possono tenervi lontano, possono darvi una ragione adeguata per tenervi lontano dalla Confessione. È una sola cosa che vi tiene lontano dalla Confessione: la menzogna verso voi stessi. È il rinnegare il “più”, è la rinnegazione del “più”, è il negare Dio, è il rinnegare Gesù Cristo. È l’altro pezzo del brano di oggi: «Ed era notte». E poi vi sentite tranquilli, magari; vi sentite a posto perché accusate il cristianesimo di non aver più le sue ragioni da dire per sostenersi. «Ed era notte».

È prima di tutto il tradimento di voi stessi, non di Gesù Cristo o di Dio, secondo l’accezione della tradizione in cui siete stati educati. Prima ancora, cioè, è Dio e Cristo, Dio e la sua Rivelazione, in quanto inscritti nella vostra umanità, nella vostra carne, è il “più” che rinnegate. È la menzogna contro se stessi, è il peccato contro la verità. Questo è il punto radicale. Questo vi tiene lontano dalla Confessione: il non desiderio del bene, il non accettare di chiedere il bene, solo questo. Non il fatto che prevedete, a meno di un miracolo, che domani sbaglierete ancora, perché il miracolo può avvenire e lo dovete chiedere se volete il bene, se volete il “più”, se volete essere veri. Il miracolo può avvenire fra vent’anni, quando la concubina morirà. Non importa, dico: non è per avvallare evidentemente una linea di adulterio sistematico, è per centrare, focalizzare la questione nel suo cuore, nella sua verità ultima, nella sua essenza.

Voi state lontani dalla Comunione non per lo stato d’animo o perché non sentite – e allora dite che sarebbe un’ipocrisia. Siete sì ipocriti, ma non perché sarebbe ipocrisia; siete ipocriti perché l’ipocrisia è dir di no a quello che è in noi, magari timido perché intimidito, pieno di paura perché impaurito, tutto nebuloso e vago, perché non è stato alimentato ed educato dalla vita sociale in cui siamo, ma che pur c’è. È perché dite di no a questo “più”, schiacciate sotto i piedi questo “più”, vi inibite continuamente il meglio di voi stessi, non desiderate il bene, per questo state lontani dalla Comunione. E siete ipocriti quando dite: «Sto lontano perché sarebbe ipocrisia». Perché l’accostarsi alla Comunione è un grido, è il grido di un povero, il grido di un derelitto, che non capisce e non sente più nulla, e perciò ricorre alla forza, al Mistero, alla potenza che fa tutto e che lo convertirà; ricorre a quel Mistero di Dio diventato uomo, inseritosi nella sua vita, che lo ha raggiunto a parole e a fatti col Mistero della Chiesa e che gli dice: «Sono qui», e che ha cambiato tanti e perciò potrà cambiar te. Un giudizio e un desiderio del bene, un grido verso il bene: questo è la Comunione. Non è uno stato d’animo, un sentimento, un piacere, una sincerità da commerciante.

In questo senso, dunque, vi invito, per rinfocolare quel “più”, per diventare finalmente uomini, per vivere umanamente, per rendere alle nostre azioni l’anima che a loro manca normalmente, perché si illumini e si guidi la nostra angoscia, perché la carità, cioè l’amore, sia la direttiva della vita, perché la nostra azione sempre più viva coscientemente in rapporto col grande contesto per cui nasce e in cui vive, perché la nostra vita sia cristiana, per capire cos’è Dio e che Dio è diventato uomo, per capire che cos’è la potenza di Dio, per sperimentare che Cristo è vero, per sperimentare che la potenza di Dio si è fatta vedere tra noi, io vi invito innanzitutto all’incontro col Sacramento. L’incontro con una realtà che non potete che percepire confusamente, che non potete capire: è soltanto, perciò, come corollario strano di qualcosa d’altro che noi ci accostiamo a quei gesti. Ed è vivendoli che essi si illuminano e sempre più chiaramente descrivono al nostro spirito anche una metodologia di vita da applicare in tutti i nostri rapporti e in tutte le nostre azioni: vivere il Sacramento nella vita o rendere tutti i nostri rapporti Comunione. Ma questi sono traguardi che vengono appresso.

La prima cosa importante è incominciare. La cosa importante è riconoscere questa Presenza, il gridare a questa Presenza, perché in questa Presenza è il potere di Colui che fa tutte le cose. Esattamente come questa potenza era presente nel volto di Cristo, nell’uomo Cristo; i farisei la tolsero di mezzo esattamente come noi togliamo di mezzo i Sacramenti dalla nostra vita, la sua Presenza nella nostra vita, la sua Presenza fisica: la tratteniamo, magari, secondo la versione di un nostro sentire, la riduciamo a nostri sentimenti, la riduciamo a nostre teorie teologiche, la riduciamo a conoscenze storiche. Invece è una Presenza: così difficile da realizzare, così trascendente come realtà, così abnorme come realtà, così inassimilabile, così impermeabile, così “assurda” come realtà, così incognita come realtà. È lì il cristianesimo, e anche la comprensione e la luce nascono di lì.

Questo, però, mi introduce all’ultima cosa che volevo dire.

3. Il Sacramento, la forma più semplice di preghiera

Il primo modo per ridestare ed alimentare il “più” dentro di noi, quel fermento per cui la nostra azione cambia volto pur rimanendo se stessa (lo spazzare il pavimento rimane spazzare il pavimento, lo studiare rimane studiare, fare il medico rimane fare il medico, l’amare l’uomo rimane l’amare l’uomo, il tirar su i figli rimane tirar su i figli: non è qualcosa d’altro, anche se altro cresce, ma è innanzitutto una novità dentro queste cose, questo “più” che fermenta queste cose, che spalanca queste cose, e uno si sente un altro uomo, come uno nato di nuovo, come diceva benissimo il brano di Péguy stamattina, ribadendo il concetto detto da Gesù a Nicodemo nel terzo capitolo di san Giovanni); la prima cosa da fare non è uno studio per cambiare le proprie azioni, non è l’analisi psicologica, non è un programma spirituale, no, non è qualcosa che dobbiamo fare noi: la prima cosa che dobbiamo fare noi è la preghiera, cioè il chiedere questo, è il chiedere che avvenga questa conversione in noi, anche se non comprendiamo cosa vuol dire questa conversione.

Io mi sforzo di comunicare una mia enfasi, un riverbero del mio sentire, più che dei concetti o delle idee. È un sentimento che io volevo creare ieri e che vorrei contribuire a ricreare oggi, è – meglio ancora – un presentimento di qualcosa che deve cambiare, che deve cambiare nella vita solita: nel modo di scrivere e nel modo di mangiare, nel modo di dar la mano alla ragazza. È qualcosa che deve cambiare.

La prima cosa perché questo presentimento si alimenti, diventi grande, cominci veramente a cambiare dal di dentro e a farti sentir cambiato in breve tempo, è la preghiera, è il chiedere che avvenga così. Non è il metterti a fare qualche cosa, eccetto che il chiederlo.

Il Sacramento è il modo oggettivo e più semplice di questo «chiederlo»; più semplice, perché il Sacramento è soltanto un gesto, uno che va lì e basta. Mentre la preghiera implica un dire delle parole, un concepire dei concetti, un imbastire sentimenti, un trovare delle parole, soprattutto.

Il Sacramento è l’aspetto primordiale, più semplice: è un gesto silenzioso – in questo senso è la pura presenza, è l’essere lì -, come quello di uno che è lì davanti a un altro e non sa come dire, ed è lì che chiede con la sua presenza.

Il Sacramento – per questo Gesù Cristo l’ha reso obbligatorio; non ha reso obbligatorio il Padre Nostro – è un essere lì. È la vostra posizione che non tiene. Uno può andare a confessarsi e a fare la Comunione anche soltanto facendo così, rispondendo a qualche cosa che il prete dice, che il prete domanda con la saggezza che conosce l’uomo, e basta. Anche facendo sì o no con la testa, e basta. E la Comunione è solo un prendere, è un puro gesto, perciò lo possono fare il bifolco e il professore d’università, allo stesso identico modo. Mentre la preghiera già si colora della diversità della cultura o della diversità di coscienza.

Comunque, è la preghiera il fenomeno di fondo, perché anche il Sacramento è preghiera, è la forma più semplice di preghiera. E la preghiera non è nient’altro che il chiedere se stessi, il chiedere di diventare se stessi, il chiedere di diventare perfetti, di compiersi; il chiedere che avvenga quel “più”, il chiedere di diventare quello che si deve diventare, il chiedere quell’«essenziale» che Evtusenko diceva mancare; il chiedere la libertà, il chiedere la carità, il chiedere l’amore, la vita come amore; il chiedere che si converta la nostra azione pesante e banale, nel senso di abituale (le note, solite cose banali). Ed è dentro queste cose banali che il nuovo deve accadere: dentro il vostro modo di studiare, dentro il vostro modo di spazzare il pavimento o di chiacchierare con la vostra ragazza faccia a faccia , come dentro il rischio politico in cui dovrete mettervi, se vorrete essere uomini completi, e in cui la carità vi dovrà per forza spingere.

Perciò, la prima condizione è la preghiera, la rinuncia alla quale determina la povertà e la meschinità e l’orrore, la povertà e il deserto della vostra vita.

Anche qui, è perché avete un concetto di preghiera strano: supponete che la preghiera si identifichi con un determinato sentimento che avete. Mentre è un giudizio e un rito, e basta. Quanto più io mi sento arido, quanto più mi sento freddo, quanto più mi sento lontano, quanto più mi sento incapace, quanto più mi sento di non saper cosa dire, quanto più mi sento quasi senza fede, tanto più io grido. Al limite, quando uno è diventato coscientemente ateo, ancora deve pregare: «Dio, se ci sei, rivelati a me».

Uno incomincia a essere uomo quando arriva a questo punto. Meno di questo punto è un disgraziato, è un delinquente, e fa del male in ogni cosa che fa; ogni cosa che fa, fa male, è un pericolo mortale per chi lo avvicina, per chi convive con lui.

Inversamente, qualunque difetto, qualunque vizio, qualunque stanchezza, qualunque povertà e fragilità, qualunque abitudine cattiva, con questo grido continuamente dentro la vita, diventa una bontà: come destinazione, che avrà le scadenze di Dio, certo, perciò occorre pazienza, ma immediatamente come comprensione degli altri uomini, immediatamente come modo di trattare l’altro uomo, soprattutto come modo di giudicarlo. La prima cosa che si cambia in noi è il giudizio sugli altri. La prima cosa che avviene in noi è una strana cosa, che è la comprensione: la comprensione vuol dire immediatamente, fisiologicamente, il tuo spirito che si dilata, perché abbracci l’altro, comprendi l’altro, incominci ad amare l’altro. È un’affermazione di te, cominci a realizzare te stesso, anche se meccanicamente tutto l’elenco dei difetti procede. È il Cristo che è entrato nel mondo, nella storia, come un seme; e occorre veramente averlo tradito per dire che in duemila anni non ha fatto nulla. Perché basta seguirlo un metro per capire che qualcosa cambia, già cambia. Se tu non esperimenti in te che cosa Cristo cambi, certamente puoi dire che in duemila anni non ha fatto nulla.

È un seme che ha messo dentro la storia e che fermenta la storia secondo le scadenze e i disegni di Dio. Così questo grido, che è messo dentro in noi, questo gesto, che si traduce innanzitutto nel Sacramento, che si esprime nell’eco della preghiera, è un seme che cambierà la storia della vostra vita secondo le scadenze e le modalità del disegno di Dio. E io sto tranquillo in questo, perché non posso pretendere di dettare a Dio le mie premure, che sarebbe ancora, in fondo, un ultimo modo surrettizio per cercare di affermare me stesso e di salvarmi dall’umiliazione.

Vi leggo, per terminare, il solito passo, siccome voi non andate mai a rileggerlo.

«Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare [immaginatevi lui lì a pregare e i suoi discepoli un po’ discosti che lo guardano, perché era uno spettacolo. È uno spettacolo l’uomo consapevole, lo si vede fisiologicamente l’uomo consapevole. Il momento dell’uomo consapevole, quando questo momento diventa abituale, quando l’uomo incomincia a diventare stabilmente uomo, comincia a esercitare un fascino che nessuno conosce di noi, tra i propri simili, perché è così raro. Ma il fascino dell’uomo incomincia lì. Allora, veramente uno comincia a capire la dimensione dello spirito come preponderante e capace di investire la materia allora uno si trasforma: gli stessi dati fisici, gli stessi dati biologici sono trascinati dentro la forza e l’attrattiva di quest’altro fattore. Che cosa darete alla vostra moglie, che cosa darete al vostro uomo, cosa darete ai vostri figli, se non tendete, se non chiedete questa strada?] e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome [“nome”, in ebraico, vuol dire “potenza”: che la tua potenza agisca nel mondo], venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non ci indurre in tentazione”. Poi aggiunse: “Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me [c’era allora il letto unico], non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza. Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!”» (Lc 11,1-13).

Vi chiederei adesso di passare un quarto d’ora in silenzio, senza una parola. In questi minuti guardate in faccia queste insistenze che stiamo facendo. Soprattutto vi inviterei a puntare la vostra attenzione su una realtà eminentemente fattuale, operativa, pratica, evidentemente umana; non esiste nulla di umano se non è sotteso da una domanda, dalla domanda di un “più”, cioè dalla coscienza di qualcosa che non abbiamo ancora in quello che facciamo, in quello che siamo. Puntate l’attenzione su questo: la parte che nella vostra giornata, meglio, la parte che nel vostro modo solito di agire deve avere la preghiera, cioè la domanda; la possibilità di rendere abituale questa punta sublime nella quale soltanto si attua in tutta la sua statura la nostra umanità (al di fuori di lì, poveretta, è conculcata, schiacciata da un masochismo o da un sadismo strani: il peccato originale, dice la Chiesa cattolica). Occorre che questa domanda diventi così abituale – io sono solito dire – che sia come sempre lì: voi state facendo tutto, ma con la coda dell’occhio c’è sempre la luce, l’ombra o la sagoma di questa domanda presente. Ma soprattutto occorre che almeno nella vostra giornata sappiate decidere, tagliare via un momento in cui vogliate ritrovare voi stessi, in cui vogliate esser veri, in cui amiate che nella vostra quotidianità tutta dispersa ci sia almeno un momento di vero. E questo momento di vero non è il confuso vociare a un quid che si chiama Dio, ma è un chiedere la conversione: «Venga il tuo Regno», anche se non si sa dettagliare questo avvenimento secondo i fattori che lo compongono. Lo imparerete.

Appunti da una meditazione di don Luigi Giussani agli Esercizi spirituali di Gioventù Studentesca della Svizzera. Friburgo, novembre 1967; da “Tracce” N. 9, ottobre 2005