Scaraffia: ideologia di gender e utopia dell’uguaglianza

Lucetta Scaraffia ©L’Osservatore Romano – 10 febbraio 2011

Nel febbraio 2011 i è svolto a Pamplona, presso l’Universidad de Navarra, il primo congresso internazionale sull’ideologia del gender. Ecco il contributo che Lucetta Scaraffia ha sintetizzato per l’Osservatore Romano.

Negli ultimi decenni del XX secolo nei Paesi occidentali abbiamo assistito a una rivoluzione concettuale fondata su manipolazioni del linguaggio, cioè la sostituzione del concetto di differenza sessuale con il termine indeterminato gender. In sostanza, alcuni intellettuali e politici hanno cercato di rendere concreta e condivisa l’affermazione del famoso libro di Simone de Beauvoir Il secondo sesso: “Donne non si nasce, ma si diventa”.
Le ragioni che hanno permesso e favorito il sorgere di questa nuova ideologia sono molte, e di diversa natura. Da una parte, la caduta del muro di Berlino, a cui è pochi anni dopo seguita la grave recessione economica mondiale, hanno messo in crisi tutti gli apparati ideologici che avevano intessuto la vita politica: crollano infatti tutti i tipi di ideologia comunista e socialista, e poi anche il liberalismo capitalista. In questo vuoto, la caccia a nuovi valori con cui giustificare le scelte politiche ha portato a una sorta di divinizzazione dei Diritti umani, che da obiettivo che le società si dovevano porre sono diventati i valori guida indiscutibili, anche se spesso manipolati, subendo un ampliamento e una trasformazione. L’utopia dell’uguaglianza, che aveva animato la lotta politica dell’Ottocento e del Novecento, rinasce in settori prima marginali, come il femminismo, che diventa così una forma ideologica centrale, capace di riempire il vuoto lasciato dal fallimento delle ideologie comuniste. Per rafforzarsi, il femminismo doveva costituirsi come ideologia utopica che si richiamava all’utopia dell’uguaglianza, e doveva avere una conferma “scientifica”, così come il comunismo di Marx, che si era autodichiarato “socialismo scientifico”.

La teoria del “gender” nega che l’umanità sia divisa tra maschi e femmine 

La teoria del gender è un’ideologia a sfondo utopistico basata sull’idea, già propria delle ideologie socio-comuniste e fallita miseramente, che l’eguaglianza costituisca la via maestra verso la realizzazione della felicità. Negare che l’umanità è divisa tra maschi e femmine è sembrato un modo per garantire la più totale e assoluta eguaglianza – e quindi possibilità di felicità – a tutti gli esseri umani. Nel caso della teoria del gender, all’aspetto negativo costituito dalla negazione della differenza sessuale, si accompagnava un aspetto positivo: la totale libertà di scelta individuale, mito fondante della società moderna, che può arrivare anche a cancellare quello che veniva considerato, fino a poco tempo fa, come un dato di costrizione naturale ineludibile. La teoria del gender comprende quindi un aspetto politico (la realizzazione dell’uguaglianza e la possibilità senza limiti di scelta individuale), un aspetto storico-sociale (la giustificazione a posteriori della fine del ruolo femminile nelle società occidentali) e un aspetto filosofico-antropologico più generale, cioè la definizione di essere umano e il rapporto fra questo e la natura. L’ideologia del gender è dunque una delle tante derive che ha preso l’utopia dell’uguaglianza. Scrive infatti Michael Walzer: “Alla radice, il significato dell’uguaglianza è negativo”, mira a eliminare non tutte le differenze ma un insieme particolare di differenze, che varia secondo l’epoca e il luogo.

La trasformazione sociale in corso sta muovendosi verso la cancellazione di tutte le differenze – anche di quella, fondamentale in tutte le culture, fra donne e uomini – con un ritmo che si è fatto sempre più veloce dopo la diffusione degli anticoncezionali chimici, negli anni Sessanta. La separazione fra sessualità e riproduzione, infatti, ha permesso alle donne di adottare un comportamento sessuale di tipo maschile – che forse non si adatta alla natura femminile, e dunque probabilmente non contribuisce ad aumentare la felicità delle donne, anche se questo è un altro discorso – e quindi di svolgere dei ruoli maschili rimuovendo ogni ostacolo, e cioè abolendo anche la maternità.
La separazione fra sessualità e procreazione ha provocato una separazione fra procreazione e matrimonio, e quindi anche fra sessualità e matrimonio: possiamo cogliere qui le condizioni per l’affermarsi dei “diritti” al matrimonio e al figlio avanzati dai gruppi omosessuali, e strettamente collegati all’idea di gender, cioè alla negazione dell’identità sessuale “naturale”.

La chiave della rivoluzione del gender è il linguaggio

Come il filosofo francese Marcel Gauchet ha messo in luce, queste trasformazioni hanno profonde conseguenze sul piano sociale: se la sessualità smette di essere un problema collettivo collegato al prolungamento del gruppo umano nel tempo, e diventa un affare privato ed espressione della propria individualità, ne discende ovviamente una crisi dell’istituto famigliare e un cambiamento nello statuto dell’omosessualità. Mentre una volta, infatti, era la famiglia che produceva il figlio come ovvia conseguenza dell’attività sessuale dei coniugi, oggi sempre più spesso è il figlio desiderato che crea la famiglia. E può essere considerata famiglia quella di chiunque desideri un figlio.

Circa cinquanta anni dopo che la de Beauvoir aveva scritto quella frase, la sua idea sembrava finalmente trionfare. Se le identità sessuali sono solo costruzioni culturali, è possibile decostruirle, ed è quello che si propongono di fare movimenti femministi e omosessuali.
La chiave della rivoluzione del gender è il linguaggio, come si deduce da qualche ordinamento giuridico, dove solo cambiando qualche termine – “genitore” invece di “madre” e “padre”, “parentalità” invece di “famiglia” – si è riusciti a cancellare nei documenti la famiglia naturale. Con un’altra operazione artificiosa si sostituiscono “sesso” con “sessualità” e “sessuato” con “sessuale”, per confermare che non conta la realtà, ma solo l’orientamento del desiderio. Come però ricorda lo studioso Xavier Lacroix, rimane invece indispensabile “riconoscere l’apporto che il carnale dà al simbolico e al relazionale”: capire cioè che l’ancoraggio fisico della paternità in un corpo maschile e della maternità in un corpo femminile costituisce un dato di fatto irriducibile e strutturante che deve essere recepito non solo come un limite, ma come una fonte di significato. Bisogna ammettere che al di là dello spermatozoo o dell’ovulo c’è qualcuno, mentre il concetto di omoparentalità elimina qualunque leggibilità carnale dell’origine. I diversi sistemi di parentela che esistono al mondo hanno variamente articolato il fisico e il culturale, ma li hanno sempre articolati, perché la sfida centrale della famiglia consiste proprio nel tenere insieme coniugalità e parentalità.

Demonizzazione delle differenze, utopia di uguaglianza

Si tratta quindi di una vera e propria sfida antropologica al fondamento culturale non solo della nostra società ma di tutte le società umane, come dimostra la critica avviata dai teorici del gender (per esempio, dalla filosofa americana Judith Butler) a Lévi-Strauss e a Freud, colpevoli di avere fondato i loro sistemi di pensiero sulla differenza sessuale fra donne e uomini. E la demonizzazione di ogni tipo di differenza non solo si basa su una utopia di uguaglianza proposta come via maestra verso la felicità – un’utopia che senza dubbio ha le sue origini proprio in quella socialista che ha mostrato le sue disastrose realizzazioni nel secolo appena trascorso – ma in questo caso si arriva a un esito estremo del pensiero decostruzionista, e cioè alla negazione dell’esistenza della natura stessa. Se ogni tipo di differenza, sancita da una definizione sociale, è letto come un sistema di potere, sulla scorta di Foucault, si può vedere in ogni superamento di paradigma un momento evolutivo di liberazione, secondo una nuova forma di darwinismo sociale. Le forme più diffuse e più facilmente vivibili di relazioni affettive e sessuali sono così considerate come quelle evolute, che quindi devono imporsi, mentre l'”eterocentrismo” viene considerato un momento della storia dello sviluppo umano ormai non più adatto e da superare.

L’ideologia del gender è stata recepita con entusiasmo soprattutto dalle organizzazioni internazionali, perché corrisponde alla politica di allargamento dei diritti individuali che è considerata il fondamento della libertà democratica: il problema del genere è stato al centro della battaglia politica nelle conferenze Onu del Cairo e di Pechino. È una storia poco conosciuta, cioè come – per esprimersi con le parole dell’Istituto di ricerca per l’avanzamento delle donne (Instraw) – “adottare una prospettiva di genere significa (…) distinguere tra quello che è naturale e biologico da quello che è costruito socialmente e culturalmente, e nel processo rinegoziare tra il naturale – e la sua relativa inflessibilità – e il sociale, e la sua relativa modificabilità”. In sostanza, significa negare che le diversità fra donne e uomini siano naturali, e sostenere invece che sono costruite culturalmente, e quindi possono essere modificate a seconda del desiderio individuale. L’adozione di una “prospettiva di genere” è stata la linea ideologica adottata con forza da alcune delle principali agenzie dell’Onu e dalle Ong che si occupano di controllo demografico, con il sostegno della maggior parte delle femministe dei Paesi occidentali, ma con l’opposizione dei molti gruppi nati a difesa della maternità e della famiglia.

Differenza non è discriminazione

Da qui il termine gender (che è più elegante e neutro di “sesso”) non solo è entrato nel nostro linguaggio, ma è usato addirittura nella denominazione di un filone di ricerca accademica – i Gender Studies – spesso però nell’inconsapevolezza del suo rivoluzionario significato ideologico-culturale. Eppure, come gli studi scientifici hanno dimostrato e continuano a dimostrare, parlare di identità maschile e di identità femminile ha senso innanzitutto proprio dal punto di vista biologico. Oltre che infondata, la teoria del gender sottintende una visione politica estremamente pericolosa, facendo credere che la differenza sia sinonimo di discriminazione. Eppure, il principio di uguaglianza non richiede affatto di fingere che tutti siano uguali: solo nella misura in cui l’esistenza della differenza venga effettivamente riconosciuta e considerata, si potrà realmente dare a tutti, allo stesso modo e in pari grado, piena dignità e uguali diritti.

Nulla di nuovo, sia chiaro: è da tempo che il diritto e la filosofia vanno ribadendo come l’autentico significato del principio di uguaglianza risieda non nel disconoscere le caratteristiche individuali, fingendo un’omogeneità che non esiste, ma, al contrario, stia proprio nel dare a tutti le stesse opportunità. Il laico Norberto Bobbio affermava che gli uomini non nascono uguali: è compito dello Stato metterli in condizione di divenirlo. Come ribadiscono, tra gli altri, la Chiesa cattolica e parte del femminismo, la vera uguaglianza si verifica non solo quando soggetti uguali vengono trattati in modo uguale, ma anche quando soggetti diversi vengono trattati in modo uguale. La parità tra i sessi non si ottiene certo facendo entrare le donne in una categoria astratta di individuo (categoria che, tra l’altro, non esiste, essendo tarata sul modello maschile), ma si raggiunge partendo dal presupposto che la società è composta da cittadini e da cittadine.

Femminismo in crisi

Una critica radicale dell’ideologia del gender intesa come teoria dell’uguaglianza si è sviluppata infatti all’interno del femminismo: da una parte, nel femminismo americano si è cominciato a individuare una diversa etica, maschile e femminile. Ma da altre intellettuali femministe l’esistenza di una differenza femminile viene negata anche quando questa differenza è proposta in senso positivo, come moralità superiore fondata sull’etica della cura, in contrapposizione alla differenza maschile della giustizia e dei diritti, come ha sostenuto la filosofa Carol Gilligan. Questa tesi, infatti, è stata sottoposta a una critica serrata da un’altra filosofa, Joan Tronto, che considera la predisposizione alla cura solo come una costruzione culturale. Traspare da questa disputa l’ansia di alcune femministe che, nel tentativo di porre fine alla condizione marginale delle donne nella società, preferiscono rinnegare la differenza femminile in cambio di una “neutralità” che sembra loro più rassicurante. Dimenticando – come scrive Sylvane Agacinscki – che “ciò che fonda la parità è l’universale dualità del genere umano”, cioè proprio il porre “la differenza sessuale come differenza universale”.

Questa linea critica è stata approfondita da Eva Feder Kittay (La cura dell’amore, Vita e Pensiero, 2010). L’autrice parte da una delle domande chiave del femminismo: come mai le donne, anche quando hanno ottenuto uguali diritti, non ottengono una uguaglianza di fatto nella società? Perché l’uguaglianza si è dimostrata così irraggiungibile per le donne? Kittay risponde dicendo che l’uguaglianza è possibile solo per le donne che non hanno responsabilità di cura, e forse non è il tipo di uguaglianza che le donne desiderano. Secondo Kittay si può delineare una critica dell’ideale di uguaglianza che chiama “critica della dipendenza”. Tale critica della dipendenza è una critica femminista dell’uguaglianza e sostiene che la concezione della società vista come associazione di eguali maschera o occulta ingiuste dipendenze, legate all’infanzia, alla vecchiaia, alla malattia e alla disabilità. È necessario quindi cercare di chiarire un’idea di uguaglianza tanto radicale da abbracciare la dipendenza, perché nessuna cultura estesa oltre una generazione può considerarsi al sicuro dalle esigenze della dipendenza. La Kittay afferma quindi che l’uguaglianza sarà sempre formale, o addirittura vacua, finché la prospettiva della differenza non sarà riconosciuta e incorporata nel tessuto della teoria e della pratica politica, anche se è ben consapevole della difficoltà di questo, perché l’incontro con la dipendenza è raramente ben accolto tra coloro che si nutrono di libertà ideologica, di autosufficienza e di uguaglianza. Con la creazione delle utopie di uguaglianza e di autonomia individuale, abbiamo costruito delle finzioni che ci danneggiano, perché fondate su un ideale che presuppone indipendenza, ben lontano dalla realtà. Le donne sanno ormai, sostiene Kittay, che la neutralità di genere non farà che perpetuare quelle differenze che sono già in gioco. Se, d’altra parte, mettiamo in evidenza la differenza, corriamo il rischio di ridurre le donne a mere vittime.

È nota la posizione della Chiesa rispetto a questo tema, ben chiarita dalla Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’Uomo e della Donna nella Chiesa e nel mondo dell’allora cardinale Ratzinger. È interessante però ritrovare elementi di questa polemica contro il gender anche in molte femministe laiche, che contribuiscono alla creazione di una opinione pubblica critica nei confronti dell’introduzione di questo termine nei testi pubblici e delle leggi che ne derivano. Ci sono inoltre delle contraddizioni interne alla società contemporanea che rendono difficile una vera applicazione della teoria del gender, contro cui si scontrano anche gli organismi internazionali. Come segnala Giulia Galeotti (Gender Genere, Viverein, 2010), infatti, i nodi irrisolti sono almeno tre: in primo luogo oggi si assiste a un incremento di femminilità e mascolinità nelle donne e negli uomini occidentali, anche nel vestire prevalgono di meno i soggetti indistinti; in secondo luogo la scarsa presenza femminile in Parlamento. La volontà di dividere il potere fra uomini e donne può essere legittima solo se si ammette che il sesso non è un tratto sociale ma un tratto differenziato universale; infine la questione dell’aborto, in cui le legislazioni stabiliscono che solo la donna decide. Ma, se è così, allora le donne esistono!

 

(Trovato qui. Scarica il pdf originale qui)

16 risposte a Scaraffia: ideologia di gender e utopia dell’uguaglianza

  1. cristiano ha detto:

    Leggere articoli come questo mi ricorda quanto piccolo, falso e ipocrita possa essere il perbenismo di certe persone che vedono il mondo da una prospettiva troppo bassa dato il tempo che troppo sprecano in pompose e vuote genuflessioni.

    • Vittoria ha detto:

      Caro Cristiano, la tua risposta mi sa un po’ tanto di stereotipo… Hai intravisto qualcosa che non condividi sul tema gender, senza soffermarti a leggere sul serio, e sei partito a scatto libero con gli insulti. Mi sbaglio? Perché invece non corri il rischio di ragionare con la tua testa, anziché semplicemente reagire? Ci troverai molto piú gusto, vedrai. E poi non ho mica capito come si fa una genuflessione pomposa… Me lo spieghi?

      • Martino ha detto:

        Credo sia difficile leggere tutto, ogni 2 righe ci si chiede perché si sta sprecando così il proprio tempo. Io ho letto 4 righe:

        > La teoria del gender è un’ideologia a sfondo utopistico basata sull’idea, già propria delle ideologie socio-comuniste e fallita miseramente, che l’eguaglianza costituisca la via maestra verso la realizzazione della felicità. Negare che l’umanità è divisa tra maschi e femmine è sembrato un modo per garantire la più totale e assoluta eguaglianza.

        Uguaglianza = comunismo = fallimento. È incommentabile…. Non lo dice anche Gesù che siamo tutti uguali davanti a Dio? E quali sono i valori della Rivoluzione Francese? Questo tentativo di associare l’accettazione dell’omosessualità al comunismo è a dir poco ridicolo.
        Il fatto che l’umanità sia divisa in maschi e femmine nettamente è smentito dai fatti (non opinioni, non si può discutere la cosa).

        Queste 4 righe le ho lette a caso, quindi non oso immaginare cosa leggerei continuando.

        • Vittoria ha detto:

          Martino, sei padronissimo di sprecare il tuo tempo come meglio credi, per carità: mica devi leggere per forza questa roba qui! Tuttavia… ti sembrerà strano, ma in genere la gente commenta un articolo dopo averlo letto. Da cima a fondo.

        • Luca ha detto:

          Martino, hai letto 4 righe, saltando le prime 20, complimenti. Comunque sull’uguaglianza e sui pari diritti l’articolista ne parla in modo più approfondito alla fine. Se devi scrivere commenti superficiali almeno evita di sottolineare di aver letto solo 4 righe, così non riusciresti a trollare nemmeno il più ignorante dei lettori.

  2. Nasciamo tutti uguali nel senso che nasciamo tutti bisessuali, ma è diversa la miscela Maschio-femmina in ognuno, è diversa la percentuale. ci sono maschi al 99,9% ci sono donne al 99,9 % e sembra che siano la grande maggioranza, ma un granellino dell’altro sesso dentro di noi c’è sempre e secondo me, per fortuna. Io la penso così.

    • Vittoria ha detto:

      Sì, sono d’accordo.

      • Vittoria ha detto:

        Preciso. Sono d’accordo sul fatto che siamo maschi con qualcosa di femminile o femmine con qualcosa di maschile. Non sono d’accordo sul fatto che nasciamo tutti bisessuali. Non mi sembra che ci siano dati scientifici su questo. Mi sembra importante sottolineare, ad ogni modo, che identità sessuale e preferenze sessuali NON sono la stessa cosa.

  3. Salvatore ha detto:

    Gentile signora Vittoria ho letto da cima a fondo l’articolo con tutte le citazioni di illustri personaggi ed ho ben compreso il diritto di uguaglianza vera e non a parole che le donne in particolare rivendicano. Trovo forzato ed artificioso giungere a questo attraverso la NON identificazione del sesso che nulla a che fare con la sessualità o come le preferisce “preferenze sessuali”. Credo che gli ostacoli da abbattere per accettare le differenze tra maschi e femmine o per dare il giusto nome al vero problema: L’OMOSESSUALITA’, siano l’accettazione di entrambe le condizioni da portare allo stesso livello di uguaglianza nei diritti di poter vivere la propria vita senza condizionamenti!! Le difficoltà delle donne per arrivare ed inserirsi sul posto di lavoro a qualsiasi livello, le condizioni di arretratezza culturale (non solo nei Paesi Musulmani) sono le vere “guerre” da vincere anche se tante battaglie sono state e saranno positive occorre vincere le “guerre” in ogni sito critico. Personalmente sui diritti di ogni individuo omosessuale ho cambiato la mia mentalità perché toccato da vicino! le persone che ami, che ritieni intelligenti, sensibili, che non vorrebbero far soffrire i propri cari quando scoprono con ansia, paura e grande conflittualità la propria condizione, ti portano a riflettere in profondità il problema e schierarti in loro difesa in tutti i diritti possibili “uguali” a quelli che hanno accesso le così dette “”persone normali”.
    Un ultimo pensiero sulla differenza tra identità sessuale e preferenze sessuali, non sono molto ferrato in questo ma è importante capirlo, dal mio punto di vista le preferenze sessuali credo possano implicare vere e proprie devianze sul come e con chi praticare sesso con tutte le conseguenze spesso aberranti che i media ci informano purtroppo molto spesso.. Mi fermo qui e spero avere un suo commento al mio sconclusionato!!

    • Salvatore ha detto:

      Franco credo che siamo ancora parecchio lontano dalla laicizzazione europea che certamente non condivido in toto per le esagerazioni che non aiutano a risolvere o attenuare certi problemi sulle persone che vivono una conflittualità legata al genere del sesso o alle tendenze sessuali. Dico questo perché ancora giungono dal così detto mondo civile maltrattamenti, in alcuni casi anche assassini, ghettizzazioni, derisioni, atti discriminatori e profondi pregiudizi fino alla negazione di diritti civili nei riguardi dell’ omosessualità. L’introduzione in toto della dottrina gender non risolverà le problematiche, anzi in alcuni casi si potranno accentuare, si deve mirare all’accettazione ed uguaglianza delle diverse condizioni con accesso ai diritti civili. Forse dobbiamo preoccuparci per altri problemi più grandi che investono la sfera morale ed etica della vita quali l’eutanasia, gli esperimenti per concepimenti derivanti da cellule della pelle e via dicendo che possono sul serio cambiare l’universo e capovolgerne il senso finora a noi conosciuto andando incontro all’ignoto!!

  4. franco ha detto:

    be oltre alle delicate e profonde riflessioni che il tema pone che non si possono buttare sui pregiudizi mi appare che il vero pericolo di questa deriva sia nella profonda laicizzazione della cultura europea che e pericolosa quasi quanto l’islam fanatico- questa laicizzazione ha distrutto la essenza della nostra storia e ci ha appiattiti sulla ricerca di alibi per non prenderci responsabilta ma per delegarle alla uguagianza

  5. Carmen ha detto:

    Devo confessare che io faccio un pò fatica a districarmi in una selva di parole che si rapportano a concetti a volte in contraddizione tra loro, in cui non è più ben chiaro dove finisce la verità e inizia il pregiudiizio; dove la scienza si confonde con l’ideologia politica, dove il concetto di uguaglianza possa essere strumentalizzato ad uso e consumo di chi abbia altri obiettivi ben diversi, magari di manipolazione politica, sia dal concetto evangelico che da quanto sancito nella Dichiarazione Universale Dei Diritti (inalienabili )dell’ Uomo e del Citttadino. Non capisco ,infine , il PERCHè ORA del boom di questo tema e sulla sua URGENZA. La cosa l’avverto con sospetto!
    Da quanto ho letto finora mi sembra di aver capito una cosa in modo chiaro , ma che ritengo anche abbastanza scontata e generalmente acquisita , su cui però sta scorrendo un fiume di inchiostro.
    Il concetto base di tutta questa discussione è centrato sulla DIFFERENZA tra MASCHIO- FEMMINA e UOMO-DONNA.e che la prima relazione è di tipo biologico-scientifica e indica il SESSO ( con le dovute eccezioni), dato da madre NAtura; la seconda, di tipo antropologico-sociale, indica il GENERE ed è un concetto relativo ad all’accezione sociale che scaturisce dalla diversità culturale… Credo che fin quì possiamo essere tutti d’accordo. Dove nn mi ritrovo più è nel concetto di UGUAGLIANZA non più centrato sul RISPETTO DELLA PERSONA IN QUANTO ESSERE UMANO ma sull’appiattimento e AZZERAMENTO DELLE DIFFERENZE.Tale principio trovo che sia quantomeno sospetto perchè del tutto funzionale ad una società globalizzata e omologata di orwellliana memoria a cui mira la costituzione del NWO,, il nuovo ordine mondiale da cui trapela non solo l’azzeramento delle diffferenze culturali , sociali e quant’altro ma addiriittura l’azzeramento dell’indiviiduo e dunque dei popoli a favore del mantenimento di una casta mondiale che deciide il destino di tutto il resto del mondo. Questa è per me IDEOLOGIA DI GENERE, in un’acceziione estremamente negativa e antisociale. II suo opposto positivo invece , sempre secondo me , è la CULTURA DELLE DIFFERENZE DI GENERE, in cui si valorizzano LE DIFFERENZE NEL RISPETO DELLA PERSONA E DELL’INDIVIDUO , che è UNICO NEL SUO GENERE,IN OPPOSIZIONE AL PRINCIPIO DI APPIATTIMENTO che PORTEREBBE NON CERTO ALLLA RICCHEZZA E AL RISPETTO ,MA ALLA MORTE SOCIALE DEL SOGGETTO. Esattamente il contrario del messaggio che si vuole far passare attraverso l’affermazione della ideologia di genere perchè viene ignorato il concetto di PERSONA e dei suoi diritti inalienabili già da tempo sanciti e mai applicati veramente.Ideologia di genere PURA IDIOZIA o PURO INGANNO?

  6. Sergio Messere ha detto:

    Articolo esaustivo che mette molta ciccia sul fuoco. Come al solito, in questi processi che coinvolgono la dimensione antropologico-filosofica, sociale e quella politica, la terza via è un corridoio molto stretto. Allo stato attuale le donne continuerebbero a rimanere “indietro”, sul polo opposto e oltranzista dello gender, mi vien da pensare, si gioca un po’ alla roulette per ottenere una auspicabile evoluzione della nostra società.

  7. Carlo ha detto:

    Prima di schierasi su posizioni integraliste suggerisco di informarsi sull’argomento.
    si potrebbe iniziare da qui.

    http://www.wikipink.org/index.php?title=Teoria_del_gender#cite_note-1

    un assaggio:
    ”Quello di “teoria del gender” (detta anche “teoria gender”, “teoria del genere”, o “ideologia del gender” o addirittura semplicemente “gender”), è un concetto creato dall’estrema destra religiosa (soprattutto Opus Dei e lefevriani) fondendo le definizioni di “gender studies” e “queer theory”. Il risultato è una presunta “gender theory”, che però, al di fuori di questo contesto, non esiste, e non è mai stata teorizzata da nessuno[1].
    In Italia, la provenienza dei sostenitori di questa visione dalle frange più estreme della Chiesa cattolica spiega l’insolita rozzezza delle loro tesi, la cui difesa è spesso affidata a “esperti” autonominati, dei quali è spesso facile dimostrare che letteralmente “non sanno nemmeno di cosa stanno parlando”.”

    • Vittoria ha detto:

      Ciao Carlo. Concordo sulla rozzezza di modi, idee ed argomenti mostrati di alcuni improvvisati “crociati” anti gender che ultimamente stanno facendo un po’ di chiasso in giro, ma non sono d’accordo su altro:

      1. la fonte che citi, Wikipink, è libera di scrivere ciò che vuole, ma non ci si può aspettare da essa una posizione – come dire? – equidistante sull’argomento. E’ naturale che sia estremamente critica su tutta la faccenda, proprio perché fortemente schierata a sua volta. Meglio forse risalire alle fonti vere, no? Ai Gender Studies, ad esempio. Ragionandoci sopra con la propria testa, possibilmente, con libertà.

      2. La stessa pagina fa un mix costante fra le posizioni più ridicolmente rozze e quelle ufficiali della Chiesa cattolica: ma si tratta di posizioni ben diverse, come chiunque può verificare visionando gli stessi link riportati dalla pagina di Wikipink, per esempio negli interventi dei papi Benedetto XVI e Francesco. E non è solo uno stile diverso: è proprio una posizione diversa sulla sostanza. Ma bisogna avere la pazienza e l’intelligenza di ascoltare. Altrimenti, si cade nella stessa superficialità e rozzezza di cui si accusano certi avversari, non ti pare? Di recente mi è capitato di parlare di “opposti trinariciutismi”… Ecco qui un buon esempio.

      2. Sempre sulle affermazioni della pagina: l’Opus Dei non è affatto identificabile come “estrema destra religiosa”, e non ha una linea politica o culturale particolare, al di fuori dei contenuti base del cattolicesimo, perché i suoi membri sono laici che possono liberamente schierarsi dove gli pare e piace, sinistra destra sopra sotto o di traverso. Sì, anche sulle questioni concernenti il gender.

      3. E per tornare all’articolo che hai commentato, il fatto che tu ne identifichi il contenuto con “posizioni integraliste” mi fa pensare che… beh, tu non lo abbia proprio letto! A meno che tu non identifichi come “integralista” qualsiasi affermazione che non coincida perfettamente con il tuo pensiero. Ma questa sarebbe una posizione un po’ integralista, non trovi?

      • Carlo ha detto:

        ciao Vittoria,
        purtroppo sono costretto a farti presente che non sono abituato a sentire mettere in dubbio la mia capacità di “pensare con la mia testa” o la mia libertà di pensiero. Ma lasciamo stare.

        Ho letto l’articolo di Lucetta Scaraffia e non mi sono affatto divertito. Subito nel primo paragrafo abbiamo una serie di affermazioni del peggior oscurantismo, a tratti elitarie e elitarismo è uno degli aspetti del fascismo.
        Il fatto poi che queste opinioni sono condivise con neofascisti di Forza Nuova che si affiancano ai cattolici in questa campagna, tutto questo credo mi autorizzi, ampiamente a definire estremiste e di destra certe opinioni.

        L’articolo inizia con alcune affermazioni sorprendenti: “…una sorta di divinizzazione dei Diritti Umani…” io credo che i diritti umani sono sacri in effetti. Si tratta di una grande conquista della civiltà.
        più avanti: “L’utopia dell’uguaglianza”! È dalla rivoluzione francese che il concetto di uguaglianza tra gli uomini non è più messa in dubbio se non dai razzisti.
        Ancora: “il femminismo doveva costituirsi come ideologia utopica che si richiamava all’utopia dell’uguaglianza…” allora il femminismo è utopico? L’uguaglianza un’utopia? Le rivendicazione dei diritti della donna sono utopie? che l’uguaglianza non sia un fatto lo affermano i fascisti di Forza Nuova che sono anche razzisti. E infine il più incredibile: “La teoria del “gender” nega che l’umanità sia divisa tra maschi e femmine” ecco, questo è semplicemente falso. Potrei continuare, ma temo di diventare monotono.

        Dici: “Wikipink, è libera di scrivere ciò che vuole…” intendendo che non ritieni interessante leggere ciò che scrive. Eppure sono tra gli interlocutori più qualificati, e parte in causa, quindi la loro posizione è importante e, essere di parte non sempre significa mentire. Senza un vero scambio dialettico questa polemica è destinata a rimanere sterile.
        Ricordi questi versi? “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”. Gramsci, 11 febbraio 1917

        Dici: “Meglio forse risalire alle fonti vere, no? Ai Gender Studies, ad esempio”. Va bene, allora poiché mi sembra che la confusione sull’argomento sia molto grande e la disinformazione potente, credo che leggere questo intervento dell’Associazione Italiana di Psicologia possa sicuramente fare chiarezza. Chi può sostenere che l’AIP non sia affidabile?

        AIP
        Sulla rilevanza scientifica degli studi di genere e orientamento sessuale e sulla loro diffusione nei contesti scolastici italiani.
        Oggi si assiste all’organizzazione di iniziative e mobilitazioni che, su scala locale e nazionale, tendono a etichettare gli interventi di educazione alle differenze di genere e di orientamento sessuale nelle scuole italiane come pretesti per la divulgazione di una cosiddetta “ideologia del gender”. L’AIP ritiene opportuno intervenire per rasserenare il dibattito nazionale sui temi della diffusione degli studi di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane e per chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di “ideologia del gender”. Esistono, al contrario, studi scientifici di genere, meglio noti come Gender Studies che, insieme ai Gay and Lesbian Studies, hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza di tematiche di grande rilievo per molti campi disciplinari (dalla medicina alla psicologia, all’economia, alla giurisprudenza, alle scienze sociali) e alla riduzione, a livello individuale e sociale, dei pregiudizi e delle discriminazioni basati sul genere e l’orientamento sessuale. Le evidenze empiriche raggiunte da questi studi mostrano che il sessismo, l’omofobia, il pregiudizio e gli stereotipi di genere sono appresi sin dai primi anni di vita e sono trasmessi attraverso la socializzazione, le pratiche educative, il linguaggio, la comunicazione mediatica, le norme sociali. Il contributo scientifico di questi studi si affianca a quanto già riconosciuto, da ormai più di quarant’anni, da tutte le associazioni internazionali, scientifiche e professionali, che promuovono la salute mentale (tra queste, l’American Psychological Association, l’American Psychiatric Association, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ecc.), le quali, derubricando l’omosessualità dal novero delle malattie, hanno ribadito una concezione dell’omosessualità come variante normale non patologica della sessualità umana. L’Unicef, nel Position Statement del novembre 2014, ha rimarcato la necessità di intervenire contro ogni forma di discriminazione nei confronti dei bambini e dei loro genitori basata sull’orientamento sessuale e/o l’identità di genere. Un’analoga policy è da tempo seguita dall’Unesco. Favorire l’educazione sessuale nelle scuole e inserire nei progetti didattico-formativi contenuti riguardanti il genere e l’orientamento sessuale non significa promuovere un’inesistente “ideologia del gender”, ma fare chiarezza sulle dimensioni costitutive della sessualità e dell’affettività, favorendo una cultura delle differenze e del rispetto della persona umana in tutte le sue dimensioni e mettendo in atto strategie preventive adeguate ed efficaci capaci di contrastare fenomeni come il bullismo omofobico, la discriminazione di genere, il cyberbullismo. La seria e appropriata diffusione di tali studi attraverso corrette metodologie didattico-educative può dunque offrire occasioni di crescita personale e culturale ad allievi e personale scolastico e a contrastare le discriminazioni basate sul genere e l’orientamento sessuale nei contesti scolastici, valorizzando una cultura dello scambio, della relazione, dell’amicizia e della nonviolenza. L’AIP riconosce la portata scientifica di Gender Studies, Women Studies, Lesbian and Gay Studies e ribadisce l’importanza della diffusione della cultura scientifica psicologica per la crescita culturale e sociale del nostro paese.

        Per ultimo segnalo anche un articolo sulla rivista wired.
        http://www.wired.it/attualita/politica/2015/03/13/teoria-del-gender/
        Divertente e intelligente

        un saluto,
        Carlo

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