Marina Corradi

Per sempre felici e sudati

di Marina Corradi – tratto da Tempi, 29/04/08

Vicino a casa mia c’è un negozio di articoli per animali domestici. In vetrina espone collari con strass, ciotole tempestate di cuoricini e cappottini e impermeabilini, sui cento euro, per appendere i quali è in vendita un armadio ad altezza di cocker. Quel negozio mi preoccupa. Al sabato è frequentato da giovani donne e uomini eleganti, con Repubblica sottobraccio e il loro cane che chiamano spesso con nomi umani. “Tommaso! Ugo!”, gridano, e tu pensi che cerchino il bambino. Invece è il setter, che arriva scodinzolando adorante. È sabato, appunto, e questi trentenni borghesi sono soli col cane. Gli comprano i croccantini a basso regime calorico. Se ne vanno, e camminano appaiati come certe vecchie coppie, che hanno la stessa andatura.

Questi padroni antropomorfizzanti dovrebbero chiedersi perché hanno tanto bisogno che almeno un cane li ami di un affetto fedele e certo. Mentre in osservanza del pensiero unico obbligatorio teorizzano la libertà di coppia, il “rifarsi una vita” con uno o più compagni, la “famiglia allargata”, insomma un viavai da ora di punta nell’ex focolare domestico. Non c’è un serial tv in cui due, sposati, lo rimangano. Il “compagno”, nei salotti della Milano “giusta”, è come la casa a Santa Margherita o il Suv: se non ce l’hai sei impresentabile. Al venerdì davanti alle scuole vedi dei ragazzini con due zaini: uno ha dentro il cambio della biancheria, questo weekend si va da mamma. La normalità è che i matrimoni finiscano. E siccome accade sempre di più, ci si racconta che è giusto, e che si è più felici così.

E i miei figli, mi chiedo guardando quelli che chiamano Giovanni il setter, non diventeranno uguali? La corrente porta con forza in questa direzione. Il matrimonio eterosessuale e di lungo corso è in via di estinzione, se perfino la democratica Bologna organizza corsi antidivorzio. Con mio marito siamo sposati da 17 anni. Amicone mi ha chiesto di scrivere che cosa permette di tenere duro, contro la corrente. «A me lo chiedi?», ho risposto seccata. Come se non fosse stato testimone delle nostre risse domestiche. «Appunto», ha risposto lui, «17 anni assieme litigando ogni giorno è un caso interessante». Che cosa dunque tiene insieme un uomo e una donna nevrotici, pigri, lui che russa e lei insonne, lui che ama mangiare bene e lei che gli rifila surgelati spesso ancora in un blocco di ghiaccio?
Devo dire che io sono una generazione “avanti”, nel senso che io stessa vengo da una famiglia disastrata. Ho visto com’è, dalla parte dei figli, quando uno prende le sue cose e se ne va lasciando la casa spoglia, come fossero passati i ladri. Sono stata fra i primissimi, modestamente, ad avere lo zaino per andare da papà. Eravamo all’avanguardia. Perciò certe sciocchezze come “si può separarsi e non fare soffrire i figli” o “non è la fine del mondo” non me le possono raccontare. So che per un figlio il dividersi dei genitori è la terra che si apre sotto i piedi. Mi ricordo.

Diventata grande mi dissi: “Se mi sposo, sarà per sempre”, con una sfumatura di ardimento da kamikaze, quasi che avvertissi il matrimonio come una missione impossibile. Dell’indissolubilità del sacramento era assolutamente convinto anche il mio futuro marito. Forse per questo ha un’aria così spaventata, nelle foto del matrimonio. A guardarci in quel giorno di pioggia, provo una certa tenerezza, come le madri quando i figli partivano per la naja – e non avevano idea, loro, di cosa sarebbe stata. Perché credo occorra sgombrare il campo da quell’insensato romanticismo che aleggia attorno alle nozze. Non è, ragazzi, che si parte per una luna di miele infinita; e poco resta, dopo un paio d’anni, di tanti cinguettii. Questa idea deviante del matrimonio è priva di fondamento, e illude tanti poveri giovani. Vivere in due, per sempre, è una cosa faticosa, talvolta drammatica. Il punto è che non è una gita di piacere. È un assumersi un compito, è decidere di costruire insieme. È aprire il cantiere di una Grande Opera: non ci si può aspettare di mettersi lì a prendere il sole. Certo, se immagini una vacanza e scopri che c’è da lavorare di badile, molli tutto. L’importante, è essere informati.

L’avere figli aiuta. Almeno, a noi è andata così: di fronte al primo figlio abbiamo cominciato a diventare davvero – nello sbalordimento, e anche nello smarrimento di essere incapaci di trattare quel selvaggio – “una cosa sola”. Oggi a riprodursi ci si pensa parecchio, occorre che sia il momento giusto, e sentirsi maturi, e sentirsi “pronti”. Se avessi aspettato di essere matura per la maternità, sarei finita a 50 anni da un mago della provetta. I figli cementano un matrimonio, e quasi lo costruiscono. Fanno crescere i genitori più alla svelta. E già piccolissimi li guardano come fossero una cosa sola. Quel loro sguardo è antidoto e contrappeso alla spinta della corrente, dell’affermazione di sé, del va’ dove ti porta il cuore e di tutte le storie che ti contano oggi. Anche per questo i figli sono una benedizione.
Ma potrebbe non bastare. Il desiderio di un bene che duri per sempre l’abbiamo ancora addosso, da ragazzi (al parco Sempione a Milano c’è un ponte con la sponda completamente coperta dai lucchetti. A 18 anni sognano ancora “per sempre”. Bambinate, sorridono saggi gli adulti, vedrai quando cresci). Il fatto è che se quel “per sempre” è solo un desiderio, verrà sopraffatto da altri desideri. Deve essere un giudizio, e una promessa. Come il giuramento di un soldato che s’arruoli in una rischiosa campagna: io ci sono. Nella buona e nella cattiva sorte. (È facile dimenticarsene. Occorre sempre la faccia di un amico, di qualcuno che te lo ricordi).

E tuttavia nemmeno la decisione più ferrea basta ancora. Potrebbe forse tenere insieme due infelicità in nome del senso del dovere. È stata la sorte, soprattutto in passato, di tanti uomini e donne seri, rispettosi dei figli e della parola data, ma disperatamente infelici. Sono i matrimoni contro cui l’Italia degli anni Settanta nel nome della libertà si è rivoltata. Ma già in alcune di quelle case, solo formalmente unite, si era dimenticata una cosa, la più importante. La promessa davanti all’altare non è solo fra un uomo e una donna. È Dio che entra in gioco. Col matrimonio, non ce ne ricordiamo quasi più, è data una Grazia che permette di portarlo avanti. Non è aria, non sono parole – a meno che Cristo stesso non sia per noi solo una parola. Quel Terzo è quello che permette di perdonarsi reciprocamente – da soli, a volte agli uomini non riesce. La colonna portante è il Terzo. Così che il come si contrasta l’onda, e come non ridursi ad amare solo un cane, sta non in una bravura, ma in un ostinato domandare. Che sarà la prima cosa che io, naufraga della prima generazione “modernizzata”, dirò a mia figlia, il giorno che – spero – mi dirà: mamma, mi sposo.